Brand umani in pillole

Riflessioni quotidiane che aprono spazio all’ascolto.

Il like non è una misura

Sui social c’è sempre spazio per il pollice in su. Meno per tutto il resto.

Si pubblicano successi, traguardi, momenti di grazia. Si costruisce una narrativa in cui va sempre tutto bene, perché il bene piace, il bene viene condiviso, il bene porta visibilità. E la visibilità, nel tempo, è diventata il fine. Il contenuto il mezzo.

Il problema, come lo vedo io, è che questo meccanismo si autoalimenta: più cerchi visibilità, più adatti ciò che dici a ciò che funziona. Fino a perdere la voce che avevi quando hai iniziato.

La domanda che mi faccio quando scrivo non è quante persone mi vedono. È quante mi riconoscono.

C’è una differenza enorme tra essere visti da molti e essere capiti da chi sente che stai parlando a lui. Io scelgo di stare lì. Non so se è la scelta giusta, so che è la mia.

Il valore che nasce da sé

Il mio valore non nasce dal mercato, nasce da ciò che scelgo, da ciò che mi invita ad alzarmi al mattino.

È la parte più difficile da difendere, perché non ha indicatori esterni: è fatta di coerenza, di imperfezioni che diventano segni distintivi e di quella sensazione silenziosa del “sto facendo la cosa giusta”.

Tu come misuri il tuo valore quando nessuno ti sta guardando?

Comunità, persone e business: il triangolo del valore

Le società si compongono di comunità, e le comunità sono fatte di persone che condividono esperienze, bisogni e sogni.

È da questo intreccio — non dalla vendita — che il business trova la sua ragione di esistere.

Eppure molte aziende trattano ancora le comunità come audience da conquistare, ignorando che sono ecosistemi vivi, reti di relazioni che generano valore solo se coltivate dall’interno.

Patreon lo ha capito prima di altri: ha trasformato il legame tra chi crea e chi fruisce in un modello economico sostenibile, dimostrando che la comunità non è un mezzo — è il prodotto stesso.

Un brand che lo comprende smette di essere un’entità chiusa e diventa un aggregatore di significati. Vivo finché le persone lo abitano.

E il tuo: sta ancora cercando clienti o sta costruendo una comunità?

Abbiamo bisogno di brand da toccare con mano.

Viviamo tempi incerti – bui direi – nei quali la parola più cercata – spesso taciuta – è rassicurazione.

Un bisogno universale che accomuna la sfera privata e quella collettiva.

Per questo anche i brand hanno un dovere che va oltre la performance: diventare presenze affidabili, capaci di trasmettere fiducia e di sostenere le persone nei momenti di instabilità.

Chi al coraggio di chiedere: dimmi che andrà tutto bene. Servirebbe un punto di riferimento forte e credibile.

Abbiamo bisogno di brand in carne e ossa, in grado di offrire rassicurazione, conforto, benevolenza, sensibilità e soluzioni concrete che sappiamo nutrire corpo e animo. Brand raggiungibili, da toccare con mano, che sanno ascoltare e rispondere davvero.

Abbiamo bisogno di brand “puliti”, che sappiano mettere al primo posto il benessere altrui; marche che considerano il profitto la risorsa per lo sviluppo dell’uomo visto nella sua totalità.

Abbiamo bisogno di brand umani che sappiano salvaguardare l’umanità laddove è messa in pericolo.

Oggi, ugualmente come ieri, ne abbiamo un estremo bisogno.

Un altro modo di vedere la coerenza.

Il lavoro, per molti, è soprattutto una possibilità. E le possibilità, quando si presentano, vanno colte. Anche se questo significa cambiare direzione, rompere equilibri e lasciare indietro ciò che sembrava condiviso.

L’ho vissuto, penso, come tutti e oggi non ne faccio una colpa.

Il tempo serve a capire chi resta, chi cambia, chi cresce in una direzione compatibile e chi no. Serve a rendere visibili le differenze. Ed è proprio lì che la coerenza prende forma.

Non mi riferisco all’illusione dell’unità, sulla quale ho speso tempo ed energie, ma alla tenuta delle scelte.

La coerenza è una qualità comportamentale velata: ha la capacità di non tradire ciò che viene promesso e ciò che viene nascosto.

La sfida è far riconoscere il valore senza svenderlo.

Il punto non è adeguarmi alle oscillazioni del mercato, m portare il mercato a riconoscere il mio valore.

E questo non riguarda solo il prezzo: riguarda il significato che gli altri attribuiscono alla mia persona e alla mia capacità di mantenerlo nel tempo: il modo in cui comunico, le relazioni che nutro, la cultura che consegno.

Il mercato segue ciò che capisce. E – a volte, purtroppo – non capisce ciò che sappiamo raccontare. In questi casi la vera sfida è provare ad essere riconosciuti per ciò che già siamo.

La domanda che segna la crescita è: qual è il valore che oggi non sono ancora riuscito a far riconoscere?

Fermiamoci, giusto il tempo che serve.

Stai bene, hai tutto quello che serve: lavori, produci e ti muovi con disinvoltura. Eppure, ti senti ospite di te stesso. Come se stessi vivendo una situazione che funziona, ma che non ti appartiene fino in fondo.

A me è successo anni fa. Non mi mancava nulla, ma mi mancava qualcosa. Non era una questione di risultati, né di competenze. Era una distanza sottile tra quello che facevo e il modo in cui stavo dentro ciò che facevo.

Una sensazione che, se ignorata, può diventare una malsana abitudine.

Fermarmi è stato necessario. Riguardare e riprendermi le scelte che avevo lasciato scorrere è stata un’impresa. Oggi continuo serenamente a lavorarci: penso sia un modo per non perdermi di nuovo.

Capire se stiamo attraversando ciò che facciamo o se lo stiamo abitando davvero non è una riflessione astratta. Riguarda il lavoro, i nostri progetti e le relazioni personali. Riguarda noi e il modo in cui scegliamo di stare nelle cose.

Fermarsi per un po’, giusto il tempo che serve, è l’unico modo per continuare a parlare con se stessi. E se ci riconosciamo, se stiamo bene in nostra compagnia, significa che, in un modo o nell’altro, va tutto bene.

I valori cambiano nel tempo vissuto insieme.

L’ho capito quando quel tempo ha iniziato a pesare. Quando il lavoro condiviso ha prodotto crescita e distanza.

Qualche anno fa e per un bel po’ di tempo, ho creduto che il legame professionale fosse, prima di tutto, una questione di visione comune. Poi ho imparato che il tempo, oltre a costruire, seleziona.

Ho visto persone restare finché le condizioni erano favorevoli, finché il contesto permetteva di crescere e migliorare. Poi ho visto quelli che, pur restando comunque, riempivano i vuoti con i propri silenzi.

Non ne faccio una colpa, è una dinamica del tutto naturale. Questo però ha cambiato il mio modo di guardare le relazioni professionali.

Sono cambiato e non ho ancora capito se mi piaccio. Oggi so che non esiste la lealtà assoluta, che ogni relazione vive dentro un tempo e un equilibrio che può mutare.

Ho imparato che il tempo vissuto insieme non garantisce nulla. Ma rivela tutto.

Distrugere chi attraversa i contesti da chi li abita davvero.

Ci sono persone che passano dentro un settore, un ruolo, una mansione, un’azienda. E persone che ci restano.

Le prime imparano il linguaggio necessario per muoversi: le parole giuste, i riferimenti corretti, qualche esperienza da citare. Sanno orientarsi, capire dove tira il vento e adattarsi rapidamente. Attraversano i contesti come si attraversa una fase professionale. Con attenzione, ma senza mettere radici.

Chi abita i contesti, invece, sviluppa un altro tipo di sguardo. Conosce i tempi morti, sa dove i processi si inceppano, dove le persone si stancano e dove le promesse iniziano a perdere consistenza. Li osserva, li comprende e sente la responsabilità di risolverli.

La differenza emerge quando qualcosa va storto.

Chi attraversa tende a spostarsi, chi abita resta dentro perché sa che ogni contesto è fatto di responsabilità che non si possono delegare.

Abitare un contesto significa sapere che ogni scelta lascia una traccia, sulle persone prima ancora che sui risultati, e che le relazioni non si gestiscono come opportunità, ma come continuità nel tempo.

È per questo che, alla lunga, si riconoscono.

E nel lavoro, come nella vita, è spesso lì che passa la vera differenza.

Seguito e riconoscimento.

Il seguito viene spesso scambiato per una certificazione di qualità. Non è sempre così. È, prima di tutto, una fotografia del tempo, del contesto e del codice con il quale stiamo parlando.

Quando ci chiediamo perché alcune persone, spesso con pochi riferimenti culturali espliciti, abbiano un seguito così ampio, stiamo già partendo dal punto sbagliato. La questione non riguarda le persone che parlano, ma il contesto in cui parlano e il tipo di bisogno che intercettano.

I social non nascono come luoghi di approfondimento, ma come spazi relazionali e funzionano per riconoscimento immediato. Premiano ciò e chi sentiamo vicini.

Non è una questione di cultura alta o bassa, ma quanto di codice interpretativo.

Mi spiego: chi usa un linguaggio semplice, diretto e ripetibile, non chiede sforzo a chi guarda. Non introduce distanza, non espone al rischio di non capire. Offre intrattenimento, familiarità e appartenenza, ed è esattamente ciò che molte persone cercano quando aprono un social.

Poi c’è chi si muove con metodo, utilizzando codici ripetuti che funzionano come il like applicato alla vista del nome.

Il seguito misura la capacità di stare dentro un codice. In altre parole vediamo ciò che siamo pronti a vedere e ascoltiamo chi ci parla nel modo in cui siamo pronti ad ascoltare.

Il creativo.

Il creativo non inventa, ne crea. Studia ciò che è in superficie per scoprire ciò che è nascosto.

Ascolta, elabora e sviluppa, immaginando mondi possibili e concreti.

Odia occuparsi di tutto, ma non lavora in comparti stagni. È trasversale, empatico, sensibile, timido e estroverso. È multidisciplinare e multispecialistico.

Il creativo è l’imprenditore e il dipendente, il pittore e l’imbianchino, l’artigiano, lo scrittore, il musicista e lo spazzino. Non ha né superiori né sottoposti.

Il creativo non è un ruolo, né una mansione. È uno stile di vita, un modo di pensare e di fare. Non insegna, ma impara e migliora con lo studio e l’esercizio.

Il creativo è gender fluid, agender e omnigender. E non si definisce un creativo.

La crescita come nutrimento.

La crescita viene quasi sempre raccontata come espansione: più fatturato, più clienti, più visibilità. Ma questa narrazione ignora la parte malsana. Una crescita che consuma le persone, impoverisce le relazioni e svuota il senso è volume senza vitalità.

Pensare la crescita come nutrimento significa riportarla a una dimensione biologica e culturale.

Un’organizzazione cresce quando nutre il proprio corpo: processi, competenze e strutture. E il proprio spirito: valori, relazioni e fiducia.

Mente e cuore. Non uno senza l’altro.

Riprendiamoci la nostra individualità.

Viviamo in un tempo in cui molte scelte che consideriamo personali nascono in realtà da influenze esterne che agiscono in silenzio: modelli culturali, aspettative sociali, algoritmi e paragoni continui. Pensiamo di scegliere in libertà, ma spesso siamo guidati.

Questo post nasce da qui: dal bisogno di riconoscere queste forze e provare a recuperare il nostro spazio.

C’è chi è alla continua ricerca del bello, del sofisticato, del difficile e del costoso.

C’è chi invece ricerca il sublime, la semplicità, il costo giusto e la qualità.

C’è chi tratta il proprio animale domestico come un figlio e chi, essendo figlio, si sente trattato meno del fratello a quattro zampe.

Le due verità, seppur apparentemente distanti, sono inconsciamente condizionate dagli stessi fattori esterni che modificano il nostro modo di pensare e agire.

Oggi, più di ieri, viviamo una dualità che ci costringe a prendere posizione. Ciò che crediamo autentico è in realtà il sottoprodotto di un condizionamento invisibile che ci impone di scegliere ciò che gli altri hanno scelto per noi.

La sfida è accettare questo status, imparare a riconoscere chi guida le nostre scelte e a riprenderci la nostra individualità.

Dalla persuasione alla relazione di marca.

Per molti anni abbiamo pensato alla pubblicità come a un dispositivo persuasivo: uno strumento progettato per orientare, convincere e spingere verso una scelta precisa. È l’eredità di un’epoca in cui la comunicazione si muoveva dentro un perimetro definito: canali unidirezionali, messaggi chiusi e ruoli separati. Radio, televisione, stampa e affissioni hanno costruito un sistema efficace, ma verticale, in cui la voce era una e l’ascolto apparteneva a molti.

Con l’arrivo della rete la possibilità di rispondere ha modificato la natura stessa del rapporto tra brand e persone. Lo spettatore non è più un destinatario passivo: è un individuo che porta se stesso nella relazione, con identità, aspettative, senso critico e bisogno di riconoscimento.

In questo passaggio la relazione diventa il luogo in cui il brand si definisce, perché è lì che una persona decide se sentirsi parte di qualcosa o restare fuori. E questa scelta, nel tempo, ha un peso maggiore di qualsiasi pressione persuasiva.

Le aziende hanno bisogno di crescere e acquisire quote di mercato, ma oggi questo risultato nasce da un’intenzione diversa: costruire un coinvolgimento reale e riconoscibile, capace di parlare al singolo senza perdere di vista la collettività. La vendita non scompare; cambia il suo posto nel processo. Non è più il punto di partenza, ma l’esito naturale di un percorso più lungo e solido.

È qui che lo human branding assume la sua dimensione più profonda. Non come tecnica di comunicazione, ma come il modo in cui un brand decide di stare nel mondo. Una scelta culturale prima che strategica, che incide sulla credibilità, sulla crescita e sulla longevità dell’impresa.

Il valore è una cosa, il valore di mercato un’altra.

Il valore riguarda chi sono, come lavoro, cosa scelgo.

Il valore di mercato riguarda cosa gli altri sono disposti a riconoscere — e, soprattutto, quando.

Uno dipende da me, l’altro no.

Uno è identità, l’altro è percezione.

Separarli non è distacco, è lucidità perché, se li confondo, rischio di misurarmi con strumenti che non parlano di me.

Il servizio è cura.

Quando ci rivolgiamo a un servizio non cerchiamo solo la soluzione a un problema, ma qualcuno che riconosca ciò che stiamo vivendo in quel momento. È una dinamica semplice, che attraversa ogni ambito del lavoro e che spesso si vede più chiaramente nei gesti ordinari che nelle dichiarazioni di principio.

Ci capita di chiamare l’assistenza e ottenere una risposta corretta dal punto di vista tecnico: la procedura è rispettata e il guasto è risolto. Tutto funziona, eppure qualcosa rimane sospeso, come se la nostra presenza fosse stata registrata ma non accolta davvero. È una sensazione sottile, ma lascia il segno: siamo stati assistiti, non ascoltati.

In altre occasioni, il tempo della risoluzione è lo stesso, ma cambia ciò che accade prima e durante. Qualcuno riconosce il disagio senza minimizzarlo, chiarisce i passaggi, restituisce una forma di tranquillità mentre lavora alla soluzione. Non serve una parola speciale, basta un gesto o un tono che rimette ordine. E alla fine, ciò che ricordiamo è qualcosa di più che un semplice intervento.

Il servizio non cambia per ciò che fa. Cambia per come ci fa sentire mentre lo fa.

Ogni servizio nasce da una vulnerabilità: quando se ne dimentica diventa procedura, quando la si riconosce diventa cura.

IL BRAND NON È UN’ENTITÀ ASTRATTA.

Per molti anni il branding è stato interpretato attraverso un paradigma cognitivo: il brand come insieme di associazioni mentali e come somma di significati depositati nella memoria delle persone. È stato un passaggio importante nella storia della disciplina, perché ha permesso di superare l’equazione tra brand e prodotto, aprendo la strada a nuovi modi di leggere il valore. Autori come Philip Kotler hanno avuto un ruolo centrale in questo cambiamento: hanno mostrato che ciò che conta non è soltanto l’oggetto, ma il modo in cui quel prodotto prende vita nella mente del mercato. È un’evoluzione che ha formato generazioni di professionisti e ha dato struttura al marketing moderno.

Oggi, però, il contesto in cui lavoriamo ci mostra che quel modello non basta più a descrivere ciò che accade nelle relazioni tra persone e brand. Perché presuppone che la mente sia il primo luogo dell’esperienza e che la dimensione razionale preceda quella emotiva. La pratica del lavoro, le neuroscienze e l’osservazione quotidiana ci dicono l’opposto: la sequenza naturale è sensoriale, corporea ed emotiva. Prima sentiamo, poi organizziamo ciò che abbiamo vissuto in una forma comprensibile. È un processo semplice, ma decisivo, che orienta molto più di qualsiasi dichiarazione formale.

In questa prospettiva, il brand non può essere trattato come un costrutto astratto. Non vive nei modelli o nelle presentazioni. Vive nelle interazioni, nei comportamenti e nei processi che compongono il lavoro reale. Si forma nel modo in cui rispondiamo, nella cura che mettiamo nei passaggi complessi e nel tempo che dedichiamo alle relazioni. È una presenza che attraversa l’esperienza delle persone prima ancora di essere descritta, una dinamica che riguarda tanto le imprese quanto i professionisti.

Per questo dire che “il brand è nella mente delle persone” oggi è una semplificazione storicamente comprensibile, ma operativamente insufficiente. Il brand attraversa ciò che le persone vivono: è lì che nascono continuità, fiducia e riconoscibilità. Ed è in questa direzione che il contributo di Kotler trova oggi il suo ampliamento più naturale: il passaggio dal prodotto alla percezione resta fondamentale, ma la percezione stessa nasce dalla qualità dell’esperienza.

Umanizzare il brand significa proprio questo: costruire una relazione in cui ciò che accade posiziona la nostra marca nella mente e nel cuore delle persone.

Brand & credibilità: ciò che prometti deve reggere.

La credibilità si costruisce quando le parole sono coerenti con i fatti. Non c’è altra via: un brand è credibile quando ciò che comunica è coerente con ciò che fa.

Se parliamo di qualità, ma poi abbassiamo i costi cambiando un partner ogni sei mesi, perdiamo credibilità anche se la nostra comunicazione è impeccabile.

Se raccontiamo dell’attenzione alle persone ma consideriamo i dipendenti, i collaboratori e i clienti come risorse aziendali risulteremo eticamente incoerenti.

Allo stesso modo, un servizio che promette affidabilità e poi gestisce ritardi, silenzi o scarichi di responsabilità, fallisce nella comunicazione quanto nella reputazione.

Le persone non cercano brand perfetti, vogliono brand affidabili e sinceri. Quelli che sbagliando, sanno ritornare sui propri passi. Quelli che la credibilità nasce quando il racconto è allineato all’esperienza di chi si avvicina. Quelli che puntano sulla fiducia.

Perché la fiducia, anche nel mercato, è la forma più solida di valore.

Cogli il senso

Nel confronto nasce la chiarezza e ogni decisione parte dal brief.

Quando lavoro con imprenditori e manager, so che la chiarezza nasce dal confronto ed e nel brief che mettiamo a fuoco obiettivi, priorità e responsabilità. È lì che un’azienda decide come vuole muoversi, cosa vuole costruire e quali scelte è pronta a sostenere nel tempo.

Per me, questo passaggio è il punto di partenza di ogni progetto che voglia avere senso e durata.

Il brief permette di allineare chi guida l’impresa e chi la accompagna nel lavoro quotidiano. Quando questo accade, le scelte diventano più leggibili, il percorso più solido e il lavoro più coerente per tutti.

È questo il modo con cui scelgo di lavorare. È qui che il senso prende forma e diventa guida con continuità, responsabilità e visione.

Il lavoro è un’esigenza e si pone a conferma della nostra esistenza.

Io esisto se contribuisco allo sviluppo della società in cui vivo.

Esisto se faccio di me lo strumento di trasformazione ideologico e pratico. Se, con le mie azioni, restituisco forme nelle quali i più giusti possano riconoscersi.

Condivisione, crescita, sviluppo e lavoro sono intrecciati al filo della vita. Chiamiamolo pure sensibilità, libertà di scelta che non nuoce, creatività che genera bellezza, autenticità o percezione del vero.

Utili se applicate.

È come Michelangelo che vedeva le sue statue vive e intrappolate in quei blocchi di marmo. Trasformare la visione in forma ha necessitato dello sforzo fisico dell’artista.

La verità è questa: la vita è forma, sudore e sostanza. Intravederla non basta, serve invocarla con il duro lavoro: l’unico modo capace di riconsegnarla come esemplare.

Il significato che diamo al valore

Scegliamo ciò che ci somiglia, non solo ciò che ci serve.

Quando un acquirente sceglie, cosa pesa davvero sulla bilancia?
Il costo?
Il bisogno reale?
O il desiderio — quello capace di mettere in secondo piano qualsiasi calcolo razionale?

Ci sono prodotti che compriamo perché servono.
E poi ci sono quelli che vogliamo.

In fondo, la funzionalità è solo una parte della scelta.
Ciò che guida davvero l’acquisto è il valore che attribuiamo a ciò che stiamo scegliendo, nel momento in cui lo scegliamo.

Un prodotto o un servizio di marca non è solo l’insieme dei suoi materiali, delle sue prestazioni o del suo costo di produzione.
È una promessa.
Un simbolo.
Una storia in cui decidiamo di riconoscerci.

Per questo il prezzo diventa spesso secondario, quando sentiamo che quel prodotto o quel servizio ci rappresenta.
Quando appartiene alla nostra idea di qualità, di esperienza, di identità.

Quando lo percepiamo così affine da sentire la sua mancanza, in sua assenza.

E allora, quando parliamo di valore, non possiamo limitarci a numeri e specifiche tecniche.

Dobbiamo farci una domanda più scomoda — ma decisiva:

cosa rende davvero desiderabile ciò che offriamo?

Attendi l’istante.

Non tutto accade quando vogliamo: molte cose accadono quando siamo pronti a vederle.

Nel processo creativo e strategico il tempo è una variabile di metodo. Forzare una decisione, accelerare un passaggio, anticipare un risultato significa spesso perdere ciò che conta davvero.

Aspettare l’istante giusto significa :
– leggere il contesto
– riconoscere il momento opportuno
– lasciare che un’idea maturi
– evitare scelte impulsive e inefficaci

Il tempo va compreso, perché ogni progetto ha il suo ritmo e riconoscerlo è già un atto di competenza.

Attendi il momento che rende tutto possibile.

Il mio cliente non è un cliente.

Difficilmente lavoro con realtà occasionali. I miei progetti sono costanti e continuativi, così come le collaborazioni che offro. Le mie relazioni professionali durano anni e, in molti casi, hanno superato il decennio.

Il motivo è presto detto: la differenza tra una semplice transazione e una collaborazione longeva sta nella capacità di riconoscersi, di condividere logiche, processi e visione.

Serve sintonia.

Serve la consapevolezza che il mio modo di lavorare si integri perfettamente con il loro, che il mio approccio rifletta il loro modo di vedere il mercato, che il mio servizio non sia solo efficiente, ma pensato per il loro modello di business.

Quando c’è compatibilità, il valore di un servizio si amplifica:

le decisioni sono più rapide,
le soluzioni più efficaci
i processi più fluidi.

Il valore di un servizio non sta solo nella sua funzionalità o nel suo prezzo. Sta nella capacità di diventare parte integrante dell’ecosistema aziendale di chi mi sceglie.

Questo è ciò che penso.

Questo è ciò che faccio.

La marca nasce quando una visione diventa cultura condivisa.

Mi occupo di comunicazione da vent’anni e ho sempre creduto in un marketing orientato al branding: un marketing che pensa al prodotto in termini culturali e considera la vendita come una conseguenza, non come il punto di partenza.

È questa prospettiva che dà senso al mio lavoro e mi ricorda che ogni progetto, prima ancora di essere un’offerta, è un sistema di valori che chiede di essere compreso.

La comunicazione, in questo, ha una responsabilità enorme: portare alla luce ciò che l’imprenditore immagina ma che da solo non riuscirebbe a rendere comunicabile.

Non si tratta di costruire messaggi persuasivi, ma di dare forma a una visione che possa essere compresa, condivisa e riconosciuta dalle persone.

Quando le parole e le immagini trovano il loro significato – quello in cui l’imprenditore si riconosce – creano sistemi di senso che uniscono dipendenti, clienti e partner in legami autentici, capaci di generare fiducia e orientare il futuro dell’azienda.

Nutri il processo.

La qualità cresce nei passaggi che nessuno vede.

Un progetto non vive solo nei risultati finali. Vive soprattutto nel percorso: appunti, bozze, tentativi, revisioni e intuizioni che arrivano quando non le aspetti.

Ogni buon progetto va nutrito. Ciò significa:

– dedicargli tempo
– proteggerlo da ciò che è prematuro
– lasciarlo evolvere
– curare ogni dettaglio, anche quello che sembrerà minimo

Serve metodo: il binomio tra capacità e competenze che rende un progetto e la sua funzione durevole nel tempo.

Non voglio essere libera, voglio essere perfetta.

Il più delle volte, la perfezione serve a rendere la società più controllabile, meno critica e più docile.

Nel saggio Le forme del bello edito da Il Mulino, Remo Bodei racconta come il concetto di bellezza si sia trasformato nel tempo.

Dall’idea classica di ordine, misura e armonia fino alla rivalutazione del brutto come categoria estetica autonoma, capace di generare significato, emozione e profondità.

Tra queste due polarità – bello e brutto – dovremmo chiederci: in quale parte ci riconosciamo davvero?

Un domanda che ha bisogno di riflessione e tempo.

Lo scorso anno è uscito Uglies, film distopico tratto dal romanzo di Scott Westerfeld. Racconta un futuro in cui, al compimento dei 16 anni, tutti devono sottoporsi a un intervento chirurgico obbligatorio per diventare “perfetti”, uniformi, accettabili.

La perfezione serve a rendere la società più controllabile, meno critica, più docile. Eppure la protagonista aspetta con impazienza la trasformazione.

Dice: “Non voglio essere libera, voglio essere perfetta.”

Quanti giovani – e non solo giovani – si riconoscono in questa frase?

Viviamo in un’epoca che consegna la perfezione come requisito per esistere, per piacere, per essere notati.

Le nostre giornate devono essere perfette. Perfetti i nostri amici, il nostro lavoro, il nostro corpo, il nostro outfit.

E perfetto dovrebbe essere anche ciò che pubblichiamo qui, giusto per assecondare l’algoritmo e la visibilità sperata.

Ma l’essere umano non è perfetto. Se pensiamo all’intelligenza artificiale come allo strumento che “corregge” ciò che siamo, rischiamo di perdere proprio ciò che ci rende unici: la nostra individualità, la nostra differenza, la nostra capacità di stonare, di contrastare, di rompere il formato.

Le nostre imperfezioni sono perfette per essere amate e questo è il primo punto sul quale costruire una vita felice.

Orienta l’ascolto.

Ascoltare non è sentire: è dare una direzione.

Nel lavoro di branding, l’ascolto è il momento più sottovalutato e, allo stesso tempo, il più determinante.

È nell’ascolto che tutto si muove:
– emergono i bisogni reali, quelli non detti
– si riconoscono le priorità
– si distinguono i sintomi dalle cause
– si capisce cosa è possibile e cosa non lo è

Ascoltare è un atto strategico: orienta, seleziona, ordina, chiarisce.

Ogni progetto che funziona nasce dall’ascolto che diventa direzione.

La coerenza è una scelta strategica.

La direzione, giusta e costante, conta più della forma.

Un brand è credibile quando mantiene una direzione chiara, leggibile e costante.

Nel B2B, dove le scelte sono cicliche e relazionali, la coerenza è uno degli asset più importanti: sostiene la fiducia, rafforza la differenziazione e riduce la distanza tra ciò che comunichi e ciò che viene percepito.

Un brand incoerente non confonde perché cambia forma: confonde perché cambia intenzione. La coerenza non si limita, quindi, all’estetica, ma è parte di una strategia comunicazionale più ampia.

Il valore del lavoro fatto col cuore.

In quasi venti anni di lavoro ho collaborato con alcuni dei migliori professionisti del mio territorio.

Alcune strade si sono separate, altre continuano ancora oggi. E col tempo ho capito una cosa: la fine di una collaborazione raramente è una questione di prestazione.

Le competenze contano, certo, ma non bastano.

La vera differenza sta in quanto ci sta a cuore ciò che facciamo.

Non parlo di passione – nel nostro settore è un prerequisito.

Parlo di qualcosa di più sottile, ossia la capacità di custodire il piacere profondo di voler far bene, di dare il meglio, di lasciare un segno riconoscibile.

Per me il lavoro è questo: la gratificazione di aver creato qualcosa di significativo, per me e per gli altri.

Il lavoro è la chiave del progresso: un processo consapevole fatto di scoperte, errori e nuove possibilità.

È la capacità – oltre la prestazione – di trasformare ciò che sappiamo e ciò che ci sta a cuore in valore condiviso.

Concordi?

Ciò che conta non ha tempo

Tutto ciò che facciamo, se conta, è condizionato dal presente e il suo valore, se esiste, è indubbiamente collettivo, ossia si sposta col sentire di un insieme di individui che lo vivono nel tempo.

In sintesi, ciò che conta non ha tempo.

Il nuovo, l’interessante, tutto ciò che fa effetto, il più delle volte, vive del e nel momento. È quello che Lukacs, in “cultura estetica”, riferendosi all’impressionismo, chiama “l’arte delle superfici”.

<<… superfici dietro alle quali non si nasconde nulla, che non significano nulla, che non esprimono nulla, che si limitano ad esserci a produrre degli effetti in qualsiasi maniera perché facciano effetto.>>

I fatti comuni, viceversa, sono gli unici che vanno comunicati veramente, perché ci offrono l’opportunità di vedere quanto di noi ci appartiene ancora

Oggi – per fortuna – leggo ancora un grande desiderio di continuità e la volontà di  misurare i nostri atti con  le nostre affermazioni.  Un desiderio che in questo 2026 deve risuonare come resistenza.

Continuiamo a comunicare in profondità più che in larghezza e in lunghezza. Ciò ha a che fare con la testa e soprattutto col cuore.

Il successo commerciale.

Il successo commerciale della tua marca risiede nella sua straordinarietà: nella volontà di porsi in luce rispetto agli altri, grazie a specifiche capacità che la rendono interessante per differenziazione.

Ciò non significa dimostrare di essere migliore del tuo competitor, ma comprendere e far comprendere in cosa si riesce meglio.

Il coraggio di agire.

Il coraggio di agire, anche quando non potremmo, ci rende forti nella nostra fragilità forte.

Il coraggio di non agire, soprattutto quando dovremmo, ci rende forti nella nostra debole sicurezza.

È tutto qui. Non ci manca niente, eppure ci manca tutto.

Insoddisfatti, nella nostra apparente felicità, proviamo a fare del nostro meglio.

Non mentiamo: basterebbe chiudere gli occhi e guardarsi allo specchio un po’ più allungo.

Il nostro lavoro migliora la vita delle persone

L’idraulico rende più semplice il quotidiano.

Il trasportatore ci consegna i prodotti che amiamo.

L’artista accende le nostre emozioni.

La colf ci offre l’opportunità di goderci un aperitivo dopo il lavoro.

L’insegnante ci aiuta a crescere i nostri figli.

Il medico ci restituisce conforto.

Il panettiere ci regala ricordi.

Il muratore costruisce gli spazi in cui vivono le nostre storie.

Il musicista dà voce a ciò che a parole non sappiamo dire.

Il barista ci offre accoglienza.

Lo scrittore apre mondi in cui ritrovarci o perderci.

Il sarto cuce le nostre identità.

Il potere lo si concede a chi è disposto ad abbassarsi per prenderlo

Chi ha visto Vikings, conosce questa affermazione di Ragnar: “il potere lo si concede a chi è disposto ad abbassarsi per prenderlo”.

Socrate, rispondendo ad Antifonte, dice che quelli ai quali viene dato il denaro hanno il dovere di fare tutto quello che hanno ricevuto.
Gli altri, quelli che non lo ricevono, non dipendono da nessuno e non sono obbligati a fare quello che non vogliono.

Fra questi due gruppi, c’è chi sceglie il lavoro che vuole fare, quello per cui essere pagati non è il fine.

Queste sono le persone che non puoi comprare, quelle che non sono disposte ad abbassarsi.

Quelle che il valore non si misura col denaro.

I lavoratori della conoscenza e della competenza

Nell’industria, come nel mondo della comunicazione, chi siede ai piani alti tende a non svolgere lavori manuali.

Sono i lavoratori della conoscenza teorica: pensano, coordinano, supervisionano, correggono, ordinano — e fanno della retorica la loro principale specializzazione.

Ma la teoria, da sola, non produce nulla. Diventa produttiva solo quando incontra la manualità. L’artigianalità.

L’artista, il chirurgo, il copywriter, il designer, il musicista, il falegname, l’infermiere — sono tutti artigiani dell’apprendimento continuo. Sanno muoversi, imparano, insegnano, producono sul campo.

I primi accumulano conoscenze.
I secondi generano competenze.
I primi costruiscono proprietà.
I secondi abbattono barriere per creare spazi di condivisione.

Il professionista

Se sono un medico, il mio compito non è sconfiggere la malattia, ma prendermi cura del malato.

Se sono un poliziotto, il mio compito non è abbattere il malvivente, ma proteggere le persone — incluso il colpevole.

Se sono un vigile del fuoco, il mio compito non è domare l’incendio, ma salvaguardare le vite che ne sono minacciate.

Se sono un docente, il mio compito non è spiegare, interrogare o assegnare voti, ma formare i ragazzi negli uomini e nelle donne di domani.

Essere professionisti significa ricordare il motivo per cui lo si fa: una motivazione che nasce dal profondo e diventa visione, capace di espandersi nel tempo.

Lavorare con persone che amano quello che fanno.

Lavorare con chi fa del proprio percorso professionale un caleidoscopio di valori da scoprire, vivere e condividere è per me un privilegio.

Il lavoro è parte del mio cammino di vita, e condividere ciò che scopro lungo la strada è il mio modo di restituire consensi.

Mi godo il viaggio e, nei momenti di fatica, cerco i miei punti di riposo.

Per dare il meglio, scelgo di lavorare dove, quando e come voglio, circondandomi di persone che tengono al proprio lavoro come ci tengo io.

Insieme, coesi più che uniti, proviamo a cambiare ciò che non ci convince. Ci vuole coraggio — ma sappiamo che la comodità non ci appartiene.

In sintesi: ho bisogno di un motivo che dia senso a ciò che faccio, perché il lavoro è parte del mio modo di stare al mondo.

E non si tratta solo di soldi.

Il lavoro come bussola della nostra esistenza

L’ho già scritto: il nostro lavoro è direttamente collegato alla nostra esistenza.

Se sei imprenditore, titolare d’azienda o freelance, ogni anno sei chiamato a redigere il tuo business plan.

Un buon piano non è solo un documento tecnico-finanziario: è una bussola che orienta la vita di tutti coloro che partecipano all’impresa.

Imprenditori, dipendenti, collaboratori. Nessuno escluso.

Per l’imprenditore:

Il business plan significa definire obiettivi, investimenti, strategie di mercato e organizzazione del lavoro. Scelte che inevitabilmente si intrecciano con la vita privata: gestione del tempo, livello di rischio, aspirazioni di crescita e valori personali.

In pratica, decidere dove andare e come conciliare quell’“andare” con la propria vita.

Per il dipendente:

Ogni decisione aziendale influenza mansioni, opportunità di crescita, percorsi di formazione. E ha ricadute anche sul piano privato: sicurezza economica, equilibrio vita-lavoro, fiducia nel futuro. Oppure, al contrario, ansia, precarietà e conflitti personali.

In entrambi i casi, siamo chiamati a prevedere, ad agire nel presente, a riflettere sul futuro e provare a migliorarlo.
Giovanni Allevi, malato da tre anni e con un’aspettativa di vita di soli due, scrive:

«In questi 3 anni mi sono chiesto cosa significhi vivere pienamente. Significa vedere e vivere tutto con uno sguardo diverso, focalizzare l’attenzione sul presente senza che sia inquinato da aspettative future e da ricordi del passato […] è una forza che ricevo anche dagli altri pazienti in quello che per me è un luogo sacro: la sala d’accettazione all’Istituto dei tumori. Una stanza grandissima con tanti guerrieri. Ci aiutiamo, ci abbracciamo».

Penso che la dichiarazione di Allevi sia un importante esempio di cosa significhi “vivere con significato”: trasformare ogni giorno da tempo che passa a tempo che vale, mettendo intenzione nelle azioni, coerenza nei valori e profondità nelle relazioni.

Forse, allora, dovremmo rivedere il significato che attribuiamo alla parola lavoro e come questo si innesta nel profondo della nostra vita.

Siamo inesorabilmente condizionati da scelte che altri prendono per noi.

Che tu sia imprenditore, freelance o dipendente, sei retribuito per il lavoro che consegni. Eppure, quasi mai il compenso è davvero proporzionato alla qualità dell’offerta e ai tempi rispettati.

Un pagamento che non arriva, o che arriva in ritardo, ci costringe a decisioni che incidono tanto sulla sfera professionale quanto su quella privata. Le preoccupazioni che ne derivano alterano il nostro stato d’animo, colonizzano spazi e tempi, e finiscono per sconfinare ben oltre le canoniche otto ore di lavoro.

Ogni scelta che prendiamo coinvolge inevitabilmente anche i nostri cari, trascinando dentro le mura domestiche le conseguenze di dinamiche economiche che dovrebbero restare circoscritte al lavoro.

Ogni ritardo, ogni mancanza, non pesa solo sul conto corrente, ma sulla serenità delle relazioni e sulla qualità della vita.

Le aziende non acquistano solo ore e competenze, ma pezzi di vita. Per questo il valore del lavoro va misurato non solo in denaro, ma nell’impatto che ha sugli esseri umani che lo compiono.

Possiamo essere il brand delle persone che scegliamo di servire.

Nel 1997, Tom Peters, uno dei più influenti consulenti di management, pubblica su Fast Company l’articolo “The Brand Called You”. In questo testo rivoluzionario e ancora attualissimo, Peters afferma che ognuno di noi può diventare un brand, proprio come Nike, Coca-Cola o Pepsi.

Per esserlo dovremmo – prima di tutto – porci la stessa domanda che queste marche si pongono: cosa rende il mio prodotto o servizio diverso? Se la nostra risposta non accende gli occhi di un potenziale cliente (dice Peters) o – peggio ancora – se non ci entusiasma, allora abbiamo un problema.

La tesi di Peters, applicabile alla persona quanto all’azienda, ci indica la strada grazie alla quale possiamo raggiungere un’identità unica e distinguibile, ma attenzione: esperienza e competenza non sono gli unici ingredienti. Serve di più.

Possiamo essere il brand delle persone che scegliamo di servire.

Mettere noi all’interno del nostro lavoro, con i nostri valori, le nostre convinzioni e perfino le nostre palpitazioni, è un’opportunità che non possiamo perdere, perché ci rende distinguibili. È per questo motivo che la riconoscibilità è utile anche in fase di comparazione e i brand lo sanno da sempre. In fondo, considero più sicura una sedia Foppapedretti rispetto una buona sedia di legno senza marca; scelgo di comprare una Bialetti non una moka; bevo una coca-cola non una bibita gassata.

Il messaggio quindi è molto semplice: dobbiamo essere l’elemento dissimile di un insieme che contraddistingue un genere. In altre parole, se sono un designer, un’azienda di trasporti o un idraulico, faccio parte di un genere che mi vuole simile agli altri, ma posso distinguermi unendo le mie competenze professionali con i miei valori personali, risultando la versione migliore tra le alternative trovate dalle persone che scelgo di servire.

Le sole competenze tecniche non bastano più. Forse già dal 1997. Forse da molto più tempo. L’obiettivo è trovare la nostra unicità per posizionarci all’interno di un genere ed evitare qualsiasi collocazione di genericità. Semplice a dirsi e anche a farsi se siamo disposti a farlo.

I brand ci fanno sentire al sicuro

Mi piace pensarmi come un papà attento, disponibile e premuroso. Anche quando lavoro, i miei figli hanno la priorità. Ogni cosa la faccio pensando a loro. In ogni comportamento provo a trasferire un insegnamento, un messaggio che possa passare per il cuore e insediarsi nel cervello. Penso che ogni buon genitore miri a questo obiettivo.

Un brand umano lavora con le stesse intenzioni.

Ogni genitore lavora per offrire alla propria famiglia una vita che vale la pena essere vissuta. Serenità, benessere, possibilità, opportunità, sicurezza, diritti, salute. Il tutto si trasforma in una vita che possa avvicinarsi il più possibile a quel sentimento chiamato felicità.

I brand umani fanno lo stesso,: lavorano per far sentire le persone parte di un “qualcosa” che è così speciale da farci sentire al sicuro.

 

La grandezza del brand

Non esiste il piccolo brand o il grande brand. Non è una questione di dimensioni, ma di grandezza.

La grandezza di un brand risiede nella sua coerenza, nella cultura che rappresenta e nella visione che lo guida.

Peter Drucker dice che la “grandezza” di un’azienda deriva dalla sua capacità di servire i bisogni delle persone e di creare valore oltre il profitto. Anche Simon Sinek, con il suo concetto di “Why” nel modello del cerchio d’oro, afferma che la gente non “compra” ciò che una persona o un’azienda fa, bensì “compra il motivo” per cui l’azienda fa quella cosa: atti di condivisione che, andando oltre il successo superficiale, raggiungomo un livello di grandezza più profondo.

Platone associava la grandezza alla saggezza e alla giustizia. Aristotele parlava di “grandezza d’animo”. Per Sant’Agostino la vera grandezza è una questione di virtù e di servizio verso il divino e gli altri, piuttosto che di potere o di successo terreno.

Essere o diventare grandi non è solo una misura quantitativa, ma un cocktail di qualità che, seppur a volte vanno raggiunte controcorrente, ci consegnano impatto, significato e cambiamento.

Alla scoperta dei nostri perché

In un contesto in cui le decisioni rapide e strategiche sono all’ordine del giorno, è facile perdere di vista le motivazioni che guidano le nostre scelte. Spesso, la pressione dei risultati e la complessità del quotidiano ci lasciano poco spazio per riflettere sui “perché” che muovono le nostre azioni.

Con l’arrivo delle festività natalizie, abbiamo l’occasione di rallentare, prenderci una pausa e guardare con occhi nuovi al nostro percorso. In questa newsletter, desidero proporvi una riflessione: un momento per esplorare insieme quelle domande fondamentali che possono dare un nuovo significato al nostro lavoro e alla nostra vita. Perché facciamo ciò che facciamo?

Questa è la newsletter di dicembre. Continua a leggere qui

Il brand come portatore di messaggi

Così come un artista non crea solo opere, ma comunica idee, un brand umano non si limita a vendere prodotti. Trasmette valori. Sono i messaggi di valore che rendono un brand riconoscibile, unico e significativo.
Le persone non si connettono a un prodotto, ma a ciò che quel prodotto rappresenta.

La conferma a sostegno del progresso

Secondo Godin, vale la pena scrivere un libro se le persone lo leggono e poi ne parlano. Un’opera d’arte, secondo Duchamp, si conclude quando viene vista e commentata dallo spettatore.Ha ragione Scandellari quando dice che i suoi testi sono frutto di argomenti trattati da altri. Succede anche nell’arte: Les demoiselles d’Avignon ha espliciti riferimenti dell’arte africana, l’informale guarda all’ultimo Monet e il primo Manet a Tiziano.
L’atto creativo esposto o condiviso diviene moltiplicatore del messaggio ed è in questo cammino valoriale che si conferma la vera ricchezza.
Chi fa crescere due fili d’erba dove prima ne cresceva uno merita la gratificazione del genere umano (Jonathan Swift).

Vivere con equilibrio: riappropriamoci del nostro tempo

Vivere significa formare una famiglia. Crescere i propri figli. Nutrire un progetto che ci appassiona. Accudire un genitore. Coltivare una relazione che ci fa urlare di gioia. Prendersi cura del proprio partner. O semplicemente (che poi semplice non è) prendersi cura di sé stessi.

Vivere richiede dedizione e serenità. Richiede tempo. E spesso ci capita di non averlo, perché il lavoro ce lo sottrae, giorno dopo giorno.
Ma se avessimo la possibilità di lavorare dove, quando e come vogliamo? Se potessimo organizzare il nostro tempo secondo le nostre esigenze personali e non il contrario?

Equilibriamo la nostra vita, che è nostra e di nessun altro. Riappropriamoci del nostro tempo, del nostro lavoro, dei nostri affetti, dei nostri spazi.

Vivere significa mettere al primo posto ciò che conta davvero. Sempre. In ogni momento della nostra giornata. Questo lavoro non viene misurato. Non è obbediente. Non prevede giorni festivi.Eppure lo facciamo. Lo facciamo perché è importante. Lo facciamo perché lo vogliamo. Lo facciamo perché ci fa bene. Perché ci rende liberi.

Se il nostro lavoro ci desse le stesse emozioni? Se il nostro lavoro fosse così faticoso e gratificante da renderci orgogliosi dei risultati, senza bisogno di imposizioni o controlli?

Potremmo finalmente dire che vivere significa fare un lavoro che conta.
L’unico davvero accettabile.

Le marche ci rendono protagonisti del nostro tempo

Le marche ci rendono protagonisti del nostro tempo, creando, senza imporlo, stili di vita che sentiamo nostri. Con le nostre marche siamo noi. Ci sentiamo al sicuro e acquisiamo sicurezza. Quando non ci sono ne sentiamo la mancanza.

Dalle nostre marche attendiamo con ansia il prodotto di prossima uscita e stiamo bene quando viviamo il servizio. Le cerchiamo su web salvandole nei preferiti, le seguiamo sui social e in giro per il mondo. Siamo pronti a difenderle se vengono attaccate e le supportiamo nelle scelte.

Attraverso le nostre marche ci differenziamo ed entriamo a far parte di comunità che comunicano unicità e differenziazione. Nello stesso modo siamo creatori, a volte inconsapevoli, di prodotti e servizi. Ne guidiamo il cambiamento facendo attenzione che non diventino semplici mode di passaggio. Claudio Alvarez , professore assistente di marketing presso la Hankamer School of Business della Baylor University, ha detto che stare con una marca è come stare con un amico. Penso che sia molto di un più. Il sentimento è molto più profondo e meno visibile.

I brand umani anticipano il futuro

Hai mai pensato allo smartphone prima che fosse inventato?
E se hai più di 40 anni, ricordi la prima volta che hai portato con te il tuo Walkman?
Avresti mai immaginato, più di dieci anni fa, di condividere la tua vita personale e professionale su quelli che oggi chiamiamo social media?
E oggi, quanto è normale portarsi il lavoro ovunque, con un portatile e una connessione mobile?
“La gente non sa cosa è possibile produrre, noi sì.”
— Akio Morita, fondatore di Sony e inventore del Walkman
Morita aveva una visione chiara: guidare le persone verso prodotti che ancora non sapevano di desiderare.
Non si trattava solo di vendere, ma di anticipare il cambiamento, comprendere profondamente le persone, le loro abitudini e i loro sogni.
Chi offre consulenza, prodotti o servizi, se lavora con onestà e professionalità, sa che la chiave del successo non è semplicemente soddisfare una richiesta.
È capire a fondo il cliente, anticiparlo, accompagnarlo e guidarlo verso ciò che migliorerà davvero la sua vita.
Questo è il dovere di un brand umano.
Un brand umano non si limita a vendere, ma crea valore reale.
Progetta prodotti, servizi, esperienze capaci di cambiare il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci connettiamo con gli altri.
Il branding è la logica che rende tutto questo possibile.
E i brand umani sono quelli che, con visione e responsabilità, costruiscono il futuro.

L’estetica: molto più che bellezza

Quando parliamo di estetica, non ci riferiamo solo al bello. L’estetica è un linguaggio, un insieme di scelte visive, sensoriali ed emotive che raccontano una storia. È ciò che guida il nostro modo di percepire e interpretare il mondo che ci circonda.
Per un brand, l’estetica è forma e significato. È ciò che permette di comunicare senza parole, di trasmettere valori, identità e emozioni in modo immediato. È la combinazione di elementi visivi, come colori, forme e tipografie, che creano coerenza e lasciano un segno.
Un’estetica curata non serve solo ad attirare l’attenzione, ma a creare connessioni profonde. È la sintesi tra razionale ed emotivo, tra il “chi siamo” e il “come vogliamo essere ricordati”. Non è solo una scelta di design, è una dichiarazione di intenti.
L’estetica di un brand, se ben costruita, non si limita a piacere: ispira, coinvolge e crea fiducia. È il cuore della coerenza visiva e della memorabilità, ma è anche il primo passo verso il significato profondo che vogliamo lasciare nelle persone.
Non sottovalutare il suo potere: è lì che la percezione incontra l’identità.

Non sono sicuro, ma lo scoprirò

Il ruolo di un leader è creare stabilità e certezza. Ma non è detto che ci riesca sempre, perché, in fondo, se non la vivi, come puoi offrirla agli altri?

Essere umani significa essere imperfetti. Accettarlo non è una debolezza, ma un atto di onestà. Si può essere insicuri e, al tempo stesso, fare della propria insicurezza un motore di crescita. La differenza tra chi guida e chi semplicemente comanda sta tutta qui:

  • Non nel nascondere i dubbi, ma nel saperli trasformare in opportunità.
  • Non nel cercare risposte assolute, ma nel creare spazio per cercarle insieme.
  • Non nel pretendere di essere sempre sicuri, ma nel imparare ad essere saldi anche nell’incertezza.

La leadership non è la fine delle insicurezze. È imparare a camminarci dentro, imparando a non abbandonarci.

Prendiamoci il nostro meritato rispetto

Chiedere e concedere rispetto sono due facce della stessa medaglia. Senza reciprocità, il rispetto diventa imposizione. E senza consapevolezza, diventa sottomissione.

Io ti accolgo: un atto d’amore che oltrepassa ogni barriera culturale, religiosa e di genere.
Io ti accetto: una dichiarazione che riconosce chi ho di fronte senza filtri, senza pregiudizi, con lo sguardo aperto alla conoscenza.

Eppure, c’è ancora chi confonde il rispetto con la riverenza. Quella imposta con la paura. Quella pretesa da chi è al potere, che scende dall’alto e si insinua silenziosa in ogni grado della società.

Questa non è autorevolezza. Non è rispetto. È un veleno che scorre lento, un fendente che ti trapassa e ti lascia senz’anima, consegnandoti inerme agli avvoltoi in attesa.
E nelle aziende verticalizzate e piramidali, questa mentalità è più viva che mai. La tocchi con mano.

Per non soccombere al rispetto imposto, serve carisma e fame di libertà. Serve conoscenza, sicurezza e coraggio. Serve la capacità di indignarsi e farsi riconoscere, per far sì che chi sta apparentemente sopra di noi non ci “conceda” il rispetto, ma ci riconosca per chi siamo, con la dignità che meritiamo.

#Rispetto #Libertà #Leadership #Consapevolezza

Tempo

La rete facilita gli interscambi e ci restituisce tempo. Tempo per comprendere meglio il nostro lavoro e quello distribuito nel team.
Il lavoro in rete funziona come il lavoro in ufficio e, per certi aspetti, anche meglio. I nostri incontri settimanali lo dimostrano. Ho l’impressione che fino a ieri ciò che era il “non detto” oggi sia più vivo che mai.
Il mio dovere è creare stabilità, ma non è detto che ci sia sempre riuscito. Perché, in fondo, se non la vivi, come puoi offrirla agli altri?
Penso che questa sia la parte più complessa della vita di un leader: trovare tempo per comprendere, ascoltare e restituire equilibrio.

Il significato al centro del brand

Non basta creare un prodotto. Non basta nemmeno comunicare bene.
Oggi, più che mai, ciò che guida le scelte delle persone è il significato che trovano in ciò che acquistano, in ciò che vivono, in ciò che scelgono.
Un brand senza significato è come una frase vuota: passa inosservato, non lascia traccia.
Ma un brand che sa comunicare il proprio “perché”, che riflette valori autentici, che si fa portatore di un messaggio, diventa un faro in un mare di scelte.
Il significato è la connessione invisibile tra ciò che offriamo e ciò che le persone cercano davvero. Non parliamo solo di funzionalità o estetica, ma di valori, emozioni e relazioni.
Cosa significa il tuo brand per le persone che lo scelgono?
Questa è la domanda che ogni imprenditore, creativo o comunicatore dovrebbe porsi. Non per rispondere subito, ma per iniziare un percorso. Un percorso che porti dal fare al significare.

Empatia: il cuore del brand

In un mondo fatto di dati e algoritmi, c’è qualcosa che nessuna macchina può replicare: la capacità di sentire ciò che sentono gli altri.
L’empatia non è solo una qualità umana, è una necessità per ogni brand che voglia davvero connettersi con le persone.

Quando un brand dimostra empatia, non sta solo vendendo un prodotto o un servizio. Sta dicendo: Ti vedo, ti ascolto, ti capisco.
Ed è qui che si costruisce fiducia, si genera connessione, si creano relazioni che durano nel tempo.

Empatia significa ascoltare i dubbi, i desideri e le emozioni delle persone, e trasformare tutto questo in soluzioni che fanno la differenza. È il primo passo per costruire un brand umano, capace di entrare nella vita delle persone con la mente e il cuore.

Dicembre 2024

Il 2024 è stato un anno intenso, difficile, a tratti preoccupante. In questo 2024 ho imparato che quando amiamo e sappiamo che non ci può essere futuro, non possiamo lasciar perdere, dobbiamo lasciare andare. Ciò vale per la persona che vogliamo bene, per il lavoro a cui teniamo ma che non ci gratifica più, per il collega col quale non riusciamo più a lavorare.

Quando lasciamo andare viviamo la perdita, il rimorso di non aver fatto tutto il necessario, ma, in realtà, ci stiamo donando verso un percorso di conoscenza e consapevolezza nel quale, senza forzatura alcuna, siamo chiamati ad accettare l’impermanenza.

Accettarla significa conoscere (e si spera, far conoscere) la felicità, ma attenzione: armarsi di pazienza, coraggio e forza d’animo è una condizione necessaria, perché questa è una strada sterrata e insidiosa, che va percorsa da soli, a piedi e, a volte, nelle giornate di pioggia senza ombrello e impermeabile.

In questo tragitto bisogna bagnarsi.

Sarà fantastico scoprire poi che la strada non porta a nessun posto oltre noi stessi e ancor più meraviglioso comprendere che la luce che pian piano inizia a scaldarci si chiama felicità, e che, in realtà, ci ha accompagnato durante tutto il cammino.

Auguro a tutti voi un 2025 di consapevolezza, amore e accettazione. Un anno in cui abbiate il coraggio di lasciar andare ciò che non vi appartiene più, per abbracciare ciò che vi rende autenticamente felici. Un 2025 in cui, anche sotto la pioggia, troviate la forza di camminare verso voi stessi, rendendo ogni giornata un’opportunità per essere sempre più voi.

Amarsi

Amarsi con gli occhi di chi ci ama.

Dovremmo farlo tutti i giorni. Dovrebbe essere una pratica costante, da fissare in una to do list con notifica applicata. Dovrebbe essere un esercizio quotidiano che non esclude festività.

Questo dovrebbe essere – prima di tutto – il nostro lavoro.

I creativi sono degli speleologi

Siamo degli speleologi e il risultato del nostro percorso esplorativo deriva dalla nostra capacità d’ascolto.

È facile innamorarsi delle proprie idee. Ci capita di aprire gli occhi e chiudere le orecchie. Quando succede perdiamo di vista il motivo per il quale stiamo lavorando.

Siamo chiamati a scoprire la parte più nascosta del brand e a creare consapevolezza.

Lasciamo il marketing a chi non sa fare altro. Il nostro lavoro è scavare nell’intimo per creare percorsi di conoscenza che portano a obiettivi comuni.

Arte e pubblicità

L’arte si presta alla pubblicità e la pubblicità ruba dall’arte. La prima ti invita a riflettere senza chiederti nulla in cambio, la seconda a comprendere e ad agire. Senza l’azione d’acquisto la pubblicità non assolve al suo scopo. Muore.

L’arte vive oltre se stessa e oltre l’artista, di cui ne rimane solo il ricordo. La pubblicità sopravvive alimentandosi delle nostre interazioni. Dove l’arte unisce la pubblicità divide. L’arte accetta tutti, senza distinzione di genere, cultura e religione. La pubblicità pensa per gruppi, targetizza, suddivide ruoli e generi.

L’arte conosce le persone, le vuole, ne ha bisogno anche se potrebbe vivere tranquillamente senza. La pubblicità ci studia ma non ci conosce, ci vuole, ha bisogno di noi. Senza non riuscirebbe a sopravvivere.

L’arte ci accetta come esseri senzienti, la pubblicità ci seziona per inscatolarci come i prodotti che prova a vendere.

(Ho detto pubblicità: molto vicina ad un certo tipo di marketing e molto lontana dalla comunicazione e dal Branding)

Prodotto e sottoprodotto del Brand

Gran parte delle aziende che ho conosciuto in questi diciotto anni di lavoro sono imprese nate dal desiderio di fare e di raccontare, attraverso prodotti e servizi, il modo con il quale si distinguono nel mondo.

Certo, le aziende hanno bisogno di fatturare per sopravvivere, ma dovremmo tenere a mente la visione di Olivetti che vede l’impresa non solo come lo strumento per la creazione del profitto individuale ma come motore primario del benessere sociale.

Dovremmo dare importanza a quanto riusciamo ad apprendere, utilizzare e trasferire. È grazie all’esperienza condivisa, accettata e appresa che evolviamo come esseri senzienti, più che a quanto viene sottoprodotto.

Il fatturato è il sottoprodotto del business: parte integrante di un processo produttivo che genera valore, crescita e sviluppo.

Ognuno di noi è un brand

Nel 1997, Tom Peters, uno dei più influenti consulenti di management, pubblica su Fast Company l’articolo “The Brand Called You”. In questo testo rivoluzionario e ancora attualissimo, Peters afferma che ognuno di noi può diventare un brand, proprio come Nike, Coca-Cola o Pepsi. Per esserlo dovremmo – prima di tutto – porci la stessa domanda che queste marche si pongono: cosa rende il mio prodotto o servizio diverso? Se la nostra risposta non accende gli occhi di un potenziale cliente (dice Peters) o – peggio ancora – se non ci entusiasma, allora abbiamo un problema.

La tesi di Peters, applicabile alla persona quanto all’azienda, ci indica la strada grazie alla quale possiamo raggiungere un’identità unica e distinguibile, ma attenzione: esperienza e competenza non sono gli unici ingredienti. Serve di più.

Questa è la newsletter di novembre 2023. Puoi continuare a leggerla qui

 

Tempo

Abbiamo bisogno di tempo; tempo da ricevere e da donare. Tempo per desiderare e per rimediare. Tempo per sentirci vivi.

Riesci a dedicarmi il tuo tempo?

Questa è la domanda che si è posta Emily Lahey, 31enne australiana che dal 2019 è alle prese con una rara forma di tumore incurabile. Emily non è un’artista ma, nell’esperienza che segue, si comporta come tale.

Lo scorso 17 agosto, negli spazi del centro culturale Carriageworks di Sidney, sviluppa “Time to live“: un progetto performativo che mette all’asta il proprio tempo. In pratica i partecipanti “acquistano” una porzione di tempo di Emily per sedersi accanto a lei e conoscere la sua esperienza. Lo scopo è semplice: sensibilizzare il pubblico sul cancro e sulla ricerca della cura di una delle malattie più orribili di sempre. L’esperienza? Offrire ai partecipanti tre minuti, durante i quali conoscere la sofferenza e le speranze di una malata terminale.

Un grande orologio digitale scandisce lo scorrere dei minuti. Ogni secondo è prezioso, ogni attimo prende peso, ogni lacrima versata, ogni sorriso rubato, ogni abbraccio che apre e chiude l’incontro, qui hanno più significato. In questo spazio Il tempo prende corpo e forza, si allunga fino ad assottigliarsi e sparire. Il tempo annulla il tempo per poi riapparire rinato al suo scadere.

Il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo. Possiamo acquistarlo, venderlo e donarlo, ma non osiamo svenderlo.

Il mio lavoro risiede dove la fiducia incontra il rispetto

Il mio lavoro risiede dove la fiducia incontra il rispetto, dove il dare e il ricevere sono allineati e posti alla stessa distanza dal centro dell’incontro.

Incontrarsi e condividere, unire il fare e l’essere per creare un modello lavorativo umano e sostenibile.

Alzi la mano chi si impegna il minimo indispensabile. Alzi la mano chi assume o ha assunto un atteggiamento accondiscendente. Ci vuole coraggio a farlo e ad ammetterlo.

Prendiamoci la responsabilità di fare il lavoro per il quale abbiamo accettato la chiamata o ammettere che non siamo fatti per questo lavoro.

Non possiamo fingere che va tutto bene

… e non dovremmo nemmeno provarci.

A volte, è meglio prendere le distanze, fermarsi e riflettere su ciò che ci fa battere davvero il cuore.

Quando le certezze iniziano a sgretolarsi, è essenziale ancorarsi ai propri valori. Riprendere il filo conduttore che dà significato alla nostra esistenza. Spesso, è necessario guardare indietro per ritrovare la strada che ci porta avanti.

Ci vuole cuore

Chi lavora in comunicazione, soprattutto chi lo fa seguendo le logiche di branding, ha il compito di aiutare i brand ad essere ascoltati e capiti.

Ciò comporta empatia, voglia di fare un buon lavoro e una predisposizione mentale ad accettare che il lavoro che stiamo facendo non è destinato a noi.

Ci vuole cuore certo, ma non commettiamo l’errore di innamorarci dell’idea. Amiamo piuttosto le persone per le quali lavoriamo. Ciò significa restare leali a noi stessi e alla persona che vogliamo essere. Diversamente miglioriamo o lasciamo perdere.

La nostra vita è un capolavoro

La condizione di essere umani ci rende imperfetti. Ed è per questo che siamo alla continua ricerca dell’affermazione di noi stessi. In un modo o in un altro, noi tutti siamo chiamati ad affermare il motivo per il quale siamo al mondo. Ed è in questo bisogno che evolviamo come esseri senzienti.

Abbiamo bisogno di affermarci e condividere anche quando apparentemente scegliamo di non farlo. Ogni atto genera un messaggio. Questo, seppur nascosto, è destinato a colloquiare com l’altro in un confronto aperto che genera ipotesi, riflessioni, confronti, paure, dubbi e certezze. Di questo processo l’arte ne è la forma.

Un’opera d’arte è tale perché porta con sé l’intenzione dell’artista, generata nel periodo storico in cui vive e nel quale il lavoro viene prodotto. Ciò che chiamiamo arte è il modo con il quale la persona afferma il suo esistere al mondo. In tal senso ognuno di noi può essere artista del proprio tempo.

Seth Godin ha scritto che l’arte è ciò che facciamo quando siamo davvero vivi […] ciò che siamo e ciò di cui abbiamo bisogno.

Ognuno di noi, con la propria vita, è quindi un capolavoro. Imperfetto, a volte deformato dagli eventi, ma sempre e comunque, prezioso. Se l’imperfezione è deformazione, se l’arte è la nostra vita e ognuno di noi è un’artista – citando Bodoni:

la deformazione è un principio fondamentale dell’arte; e la deformazione -come volgarmente si usa dire oggi -non equivale ad abbrutimento. Essendo placido che l’arte non si basa su misure metriche, la deformazione rappresenta l’emozione che il singolo artista ha nei riquardi di una realtà teorica. E la maggiore o minore deformazione di un’opera non equivale certo ad un maggiore o minor pregio artistico.

Gentilezza, autenticità e rispetto

Quando scrivo penso ai mei figli; un modo per lasciare in eredità “qualcosa in più di quello che ho trovato” o qualcosa di più importante di qualche soldo in banca.

Hai miei figli provo ad insegnare la forza della gentilezza, troppe volte confusa con la debolezza. Provo ad insegnargli che l’umiltà è dei forti anche quando non si applica il porre l’altra guancia. Ho chiesto loro di mettere in pratica il rispetto come la regola più importante. Rispetto verso gli altri che poi significa avere rispetto per sé stessi.

Ho chiesto loro di non perdere mai la bussola dell’autenticità, più facile a dirsi che a farsi e che, quando succede, è possibile sempre ritrovare la rotta, perché darsi una nuova opportunità è un dovere a cui non possiamo mancare.

 

Prova a guardarti dentro

I brand umani amano e quando lo fanno ne senti il sapore. The Code, la campagna Dove, ad esempio, che celebra la bellezza autentica, ci mostra il perché.

Questa, a dimostrazione di una coerenza generativa tipica dei brand umani, arriva dopo vent’anni da “Real Beauty“.

Essere un brand umano significa guardarsi all’interno. Un lavoro di introspezione che rispetta il motivo di esistere della marca e la promessa fatta alle persone.

Sceglieresti di condividere la narrazione di un insuccesso?

La nostra è una storia speciale che, come tutte quelle che funzionano, si colloca bene all’interno di una vita che va raccontata. Non siamo fenomeni, quelli non esistono davvero. Siamo persone generose che condividono il proprio stare al mondo con genuinità. Questo ci rende utili, preziosi e necessari.

In un mondo che spesso celebra l’eccezionale al punto da renderlo irraggiungibile, che posto diamo ai nostri insuccessi?

Penso che la nostra storia merita di essere condivisa non perché debba stupire con l’eccezionalità, ma perché è profondamente reale. In questa realtà viviamo anche con gli insuccessi, le delusioni e i momenti di sconforto. Non siamo fenomeni, né dovremmo aspirare ad esserlo. I fenomeni, in realtà, non esistono. Siamo esseri umani, imperfetti e unici, che trovano forza e coraggio nella condivisione delle proprie esperienze di vita, nella condivisione delle proprie imperfezioni.

È nella nostra capacità di essere vulnerabili, di offrire generosamente un pezzo di noi al mondo, che risiede il vero valore.

Condividere il proprio essere, con tutto ciò che comporta, ci rende indispensabili.

La nostra storia, con i suoi punti deboli, ha il potere di ispirare, confortare e guidare. Chi ha il coraggio di condividerla tutta?

Budweiser®: un brand un carne e ossa

Comunicare significa mettere in luce la propria verità. Questo è il modus operandi dei brand dal carattere umano e dalla personalità autentica.

I brand sono storie in carne ed ossa. “Born The Hard Way” è lo spot della Budweiser® che celebra la storia di Mr Buch e – indirettamente – di tutti quei Brand che si distinguono, perché guidati da persone che scelgono e agiscono con coraggio e determinazione.

Il mio lavoro è anche quello di mia moglie

Il mio lavoro è direttamente collegato alle persone con cui vivo. Quando sono fuori, i miei doveri familiari li consegno al mio partner di vita, che dovrà quindi lavorare due volte.

In ogni decisione lavorativa che prendo, sono consapevole che non riguarda solo me, ma anche la mia famiglia. Il lavoro fuori casa porta con sé una redistribuzione dei compiti e delle responsabilità, trasformando ogni mio sacrificio in un impegno doppio che coinvolge mia moglie e i miei cari.

È fondamentale, quindi, riconoscere e valorizzare ogni forma di lavoro, visibile e invisibile, che contribuisce al benessere della famiglia. La condivisione delle responsabilità rafforza il legame e ci ricorda l’importanza del supporto reciproco.

Ogni scelta lavorativa è anche una scelta di vita, che riflette i nostri valori e l’impegno verso chi amiamo.

Abbiamo bisogno di umanità. Quanto è umano il tuo brand?

Questa è la domanda che dovremmo porci per far sì che la nostra marca si posizioni nella mente e nel cuore delle persone: processo che favorisce la crescita della sua autorevolezza e del suo valore nel tempo.

Essere un Brand umano significa creare prodotti, servizi, sistemi, opere capaci di migliorare il nostro modo di vivere il mondo. Lo human branding è la logica grazie alla quale il tutto diventa possibile. Questa è la newsletter di ottobre 2024. Continua a leggere

Crearts evolve e diventa Varavallo

Voglio condividere con te un momento significativo: Crearts, l’agenzia che ho fondato nel 2006, evolve e diventa Varavallo. Questo cambiamento rappresenta l’evoluzione naturale di un percorso iniziato 18 anni fa.

In questi anni, stringendo relazioni professionali e personali, ci siamo ritagliati una piccola ma importante fetta di mercato. Per questo motivo continuo a credere che la passione e l’autenticità sono sentimenti necessari per sviluppare progetti di cui essere orgogliosi. Continua a leggere

Bisognerebbe partire dal perché

Bisognerebbe spiegare non tanto quello che facciamo o come lo facciamo ma chiedersi e motivare il perché lo facciamo.

Bisognerebbe cercare e tenersi strette le motivazioni che muovono il nostro lavoro perché queste sono direttamente collegate al nostro stare al mondo.

Non può essere solo una questione di soldi.

Se fosse così saremmo come il wc d’oro di Cattelan: bello, funzionante, pesante, ricco, da vendere, rubare ed esporre, prezioso, forse unico, ma sempre e comunque vuoto.

I coraggiosi

Quando senti il pavimento sgretolarsi sotto i piedi, guardarsi attorno e scoprire che non sei solo può essere confortante, ma, restare immobile, non ti salva la vita.

Muoversi per mettersi al sicuro in spazi più soldi e ancorarsi verso chi si trova lì per te non significa essere vigliacchi.

I coraggiosi sono quelli che conoscono i propri limiti e che, nei momenti difficoltà, sanno quando chiedere aiuto.

Questo è quanto ho imparato. Questo è quanto insegno ai miei figli.

Come riusciamo a confermare le partnership?

Disponibilità personale, qualità professionale e risultati concreti possono essere gli elementi che compongono una partnership da consolidare nel tempo. Il fatto è che possiamo essere i più bravi, i più competenti e i più disponibili, ma quando smettiamo di offrire quello di cui hanno bisogno viene meno la fiducia, la serenità lavorativa e poi la partnership.

Le persone che scegliamo di servire hanno bisogno di noi, della nostre capacità, delle nostre competenze, della nostra esperienza e soprattutto del nostro cuore.

Ascolto, dedizione e soluzioni concrete sono un buon modo per dare ai nostri referenti quello di cui hanno bisogno. Un fare che è parte del nostro lavoro. Amiamolo e ameremo la vita che abbiamo scelto di vivere.

A volte ci capita di sbagliare, errare è umano, ma quando è ripetuto nel tempo è sintomo di disamore che è sinonimo di inefficienza.

Afferriamo l’opportunità di fare con amore il lavoro per il quale abbiamo accettato la chiamata. O prendiamoci la responsabilità di ammettere che non siamo fatti per il nostro lavoro.

Se scegliamo la prima versione di noi, possiamo adoperarci per essere utili e costruire partnership di successo.

Il lavoro più importante (riflessione ad alta voce)

Mio padre era un poliziotto di strada. È stato sovrintendente capo. I suoi gradi li ha ricevuti per meriti, rischiando la vita ogni giorno. Da piccolo pensavo che fare il poliziotto fosse il lavoro più importante del mondo.

Poi, verso i quattordici anni, mi sono appassionato al disegno e poi alla pittura. A ventiquattro, terminata l’Accademia di Belle Arti, mi sono trasferito a Torino e ho scoperto che, il più delle volte, giacca e cravatta contano più di quello che dici.
Facevo il venditore porta a porta, un lavoro poco importante. In strada, tra un contratto e l’altro, ricordavo con nostalgia di quando ero ragazzino e le giornate di lavoro con i miei zii.

I lavori più importanti si fanno sudando. Nei lavori più importanti ci si sporca le mani. Pensa al chirurgo, all’infermiere, al muratore, all’agricoltore, al pittore e allo scultore, all’artigiano e al poliziotto.

Poi ci sono quelli diversamente importanti.

Pensa al padre o alla madre che, non avendo scelta, lavorano sottopagati sette giorni su sette. Pensa ai licenziati sostituiti da sistemi che ottimizzano i costi. Pensa al lavoratore morto sul lavoro, che di bianco ha la pelle e quella dei suoi cari dopo la notizia.

Il poliziotto, soprattutto quello di strada, è un lavoro per il quale si rischia la vita, mio padre lo sapeva e un po’ anche noi. Se lo vedi uscire ogni giorno con la pistola, te li fai due conti. Ma gli altri?

Su cadutipoliziadistato.it si legge che dal 1981 al 2023 sono morti 456 poliziotti. Escludendo questi, da anni sappiamo che in media muoiono 3 lavoratori/lavoratrici al giorno. Più di 1000 morti l’anno.

Qual è il lavoro più importante?

Diventare cosa vogliamo essere facendo

Possiamo imparare a scrivere ma non è detto che saremo degli scrittori. Possiamo imparare a disegnare e a dipingere, possiamo perfino definirci pittori o scultori, ma non è detto che saremo visti come artisti. Possiamo imparare a suonare la chitarra, il piano o il sassofono ma non è detto che saremo dei musicisti. Possiamo nascere con una bella voce, perfino avere le corde vocali di un basso puro, ma non è detto che riusciremo un giorno a cantare al San Carlo.

Possiamo essere quelli che siamo e non è detto che possiamo essere quelli che vogliamo essere. Ma siamo noi! Nello spazio che separa il fare dall’essere o l’essere dal fare ci siamo noi e nessun altro. Un noi unico è distinguibile che, seppur estraneo dalla notorietà, trova nell’espressione dell’essere il vero successo.

Poi ci sono casi nei quali l’espressione del proprio essere ci apre percorsi che mai avremmo potuto immaginare. Van Gogh, in una delle 668 lettere spedite al fratello Theo scrive: voglio che la gente dica delle mie opere … sente profondamente, sente con tenerezza. Van Gogh ha realizzato più 900 opere e incalcolabili disegni. Nei suoi 10 anni di attività ha prodotto, in media, un’opera ogni 36 ore. Un fare instancabile che è espressione di sé.

Maud Lewis (della quelle potete trovare il film su Netflix) è un’artista canadese che, in estrema povertà e con un artite reumatoide giovanile, dipinge instancabilmente su qualsiasi superficie, diventando, subito dopo la sua morte, una delle artiste meno famose ma più incisive del 900. Maud ha venduto per anni i propri lavori a pochi centesimi e solo tra il 1945 e il 1950, oramai nota ai più, le persone si fermano sulla Highway al civivo 1, il luogo dove abitava, per acquistare le sue opere a 7, 9 dollari.

Maud Lewis è stata un’artista che ha lavorato tantissimo perché aveva necessità di farlo. Il suo fare era l’espressione del suo essere. Il suo modo di essere è stato anche farsi trovare lì, al suo indirizzo, nel luogo dove le persone si fermavano per acquistare le sue opere.

Dopo l’esplosione nel porto di Beirut del 4 agosto 2020, un’anziana signora si siede al piano ed esegue Auld Lang Syne: canzone tradizionale scozzese. Nel 2022 a Kiev, una donna rientra nella casa bombardata per suonare il suo pianoforte.

Non possiamo sfuggire da quello che siamo. Quando il tutto ci appare incasinato, quando quello che ci circonda ci appare distrutto, quando la nostra vita sembra sgretolarsi dal pavimento, dobbiamo continuare a fare quello che amiamo fare e farci trovare al nostro posto, sensibilmente reattivi e ordinariamente proattivi.

Utili

Possiamo essere la mucca viola tra le mucche marroni, il fiore bianco in un mazzo di fiori rossi, ma quanto siamo utili?

Ci serve un motivo che nasce nel fare. Un fare generoso, per niente accondiscendente, monco da qualsiasi obbligo. Un fare che cresce dentro, che – ceduto a pochi eletti – possa risolvere e migliorare le cose. Utile significa offrire il nostro contribuito personale per generare un lavoro che funziona. Utile significa farci trovare al nostro posto, perché è lì che vogliamo stare. Una scelta incondizionata che vede nel voler fare l’unica sicurezza possibile.

Un atleta si allena otto e più ore al giorno perché vuole farlo. L’artista dipinge costantemente con passione e volontà d’esercizio per anni. Lo scrittore scrive instancabilmente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Abbandoniamo il dovere del fare e rendiamo il nostro lavoro utile e disponibile mediante una pratica costante e diffusa che accresce le nostre abilità messe al servizio di chi le merita. Questo funziona solo se amiamo quello che facciamo, se mentre lo facciamo ci sentiamo bene e se lavoriamo con rigorosa costanza.

Riconoscibili

Se sei insostituibile sei unico. Se sei unico sei riconoscibile.

Essere unici e riconoscibili significa assemblare le nostre competenze professionali con le nostre convinzioni personali. Ciò prevede che il nostro lavoro debba essere parte di noi.

Mettere noi all’interno del nostro lavoro, con i nostri valori, le nostre convinzioni e perfino le nostre palpitazioni, è un’opportunità che non possiamo perdere, perché ci rende distinguibili. È per questo motivo che la riconoscibilità è utile anche in fase di comparazione e i brand lo sanno da tempo. Posso considerare più sicura una sedia Foppapedretti rispetto una buona sedia di legno.

La riconoscibilità di marca offre garanzie, ma poi bisogna mantenere le promesse. Mantenerle significa essere – con continuità – l’elemento dissimile di un insieme che contraddistingue un genere.

Sono un Copy, un designer o un idraulico, parte di un genere che mi vuole simile agli altri, ma posso essere il fiore bianco o la mucca viola se, con le mie competenze professionali e i miei valori personali, risulto la versione migliore tra le alternative trovate dalle persone che scelgo di servire.

Raggiunto il risultato bisogna mantenere la partnership.

Insostituibili

È il nostro obiettivo. Essere insostituibili ci pone, rispetto ai nostri competitor, in una condizione di privilegio. E il privilegio è tutto a vantaggio dei nostri clienti.

Come riusciamo ad essere insostituibili?
Dobbiamo posizionarci dall’interno di un genere evitando qualsiasi collocazione di genericità. Semplice a dirsi e anche a farsi se siamo disposti a farlo. Il lavoro è sostituibile, ma il nostro, inserito all’interno di un genere ben definito, se riconosciuto, se fa la differenza, diviene prezioso al limite dell’insostituibilitá.

Come facciamo la differenza?
La riconoscibilità è un fattore determinante. L’unico modo per essere riconoscibili è vivere il nostro lavoro dall’interno, assemblare le nostre competenze professionali con le nostre convinzioni personali.

Come ti vedi nel tuo orticello?

Ognuno di noi costruisce il proprio orticello fatto di successo, benevolenza, ricchezza, altruismo, appagamento o sfruttamento.

C’è chi, nel proprio orticello, può mettersi comodo, lasciare che il tempo passi e scoprire se è abbastanza grande per tutti coloro che ama. In questo c’è chi si alza presto per curarlo fino a tardi. C’è chi ne acquista tanti, lasciando che gli altri facciano il suo lavoro o chi si sporca le mani con l’ultimo arrivato; il primo ad entrare e l’ultimo ad uscire.

Possiamo lavorare e regalare il risultato del nostro raccolto,  augurandoci di ricevere lo stesso quando riposiamo perché troppo stanchi. Possiamo recintarlo e non accettare nessuno, perché tanto siamo di quelli che è meglio da soli che in cattiva compagnia. Possiamo insegnare quanto abbiamo imparato o condividere i frutti del nostro raccolto.

Possiamo offrirci come braccianti e lavorare per un piatto di riso o offrire il nostro contributo e suddividere i risultati. Possiamo essere quelli che riuniscono le persone per progettare idee e costruire sogni. Quelli che urlano col cuore. Quelli dallo sguardo fiero e generoso, che piangono quando l’idea condivisa diventa materia, decisione, azione e risultato.

Possiamo essere quello vogliamo, ma la scelta determina il nostro essere e – di riflesso – il nostro esistere: guardare il nostro orticello che cresce o ammirare le persone che si prodigano per fare ciò che questo accada.

Brand che sfidano lo sdegno degli imbecilli

Siamo simili ai nostri brand e non potrebbe essere altrimenti. Scegliamo il prodotto del brand che amiamo perché lo sentiamo nostro. Gli siamo così affini che senza di esso potremmo non essere completamente noi. Ci riempie, ci fa star bene la sua forma,il suo colore, la sua funzione, la sua musicalità, il suo profumo.

Poi capita di seguire un brand per i suoi valori sociali, etici e morali. Ci capita, ad esempio, di imparare ad amare quel brand che pubblicizza lengirie da donna indossati da un uomo. Brand che sfidano lo sdegno degli imbecilli, brand che, se sei di quelli che vogliono cambiare gli stereotipi, non puoi non amare, seguire e sostenere.

Siamo la residenza dei nostri valori

Sei stato lo studente o la studentessa che si è alzata ogni mattina per studiare, superare gli esami e raggiungere il lavoro agognato. Oggi credi di essere semplicemente uno dei tanti lavoratori o delle tante lavoratrici che si alza ogni mattina per lavorare, guadagnare e vivere.

Se pensi che qualcosa sia andato storto ti sbagli di grosso.

Ho frequentato il liceo artistico e l’accademia di belle Arti di Napoli. Ho studiato per anni sapendo che avrei fatto l’artista; quello che espone negli spazi che contano, quello che è parte del sistema dell’arte, quello che realizza opere da centinaia di migliaia di euro. Non è stato così, ma è andata comunque bene.

Non mi sto accontentando e non sto giustificando un insuccesso. Sto dicendo che le strade per raggiungere i propri traguardi posso essere diverse, ma questi nel tempo non cambiano. Possono mutare nella forma ma non nella sostanza.

Il tempo ci cambia: siamo diversi dalle persone che eravamo ieri e saremo diversi da quelle che saremo domani, ma il nostro desiderio di esistere nel fare rimane lì, sempre vivo, luminoso e coinvolgente. Chiedete a chi vi ama se riuscirebbe ad immaginare una vita senza di voi. Di sicuro non sarebbe felice come oggi. Chiedete adesso se prima di conoscervi immaginava proprio voi. Penso proprio di no. Il più delle volte alcune strade che percorriamo non sono quelle che abbiamo desiderato, eppure abbiamo imparato ad amare le destinazioni, soprattutto quelle inaspettate.

Siamo le destinazioni che meritano le persone che amiamo, quelle che restano al nostro fianco comunque vada.

Non siamo semplicemente quelli che si alzano la mattina per lavorare, guadagnare e vivere. Noi non siamo il lavoro che facciamo. Siamo il valore che offriamo attraverso il lavoro che scegliamo di fare. Se noi contiamo il nostro lavoro conta. Se ci attribuiamo valore trasferiamo valore.

Se non sei convinto chiedi a chi ti ama.

Sei dipendenti su dieci lavorano senza passione

Secondo Gallup il 59% dei dipendenti a livello globale fa il minimo indispensabile.

In quale parte ti riconosci?

Sei persone su 10 lavorano con svogliatezza, senza obiettivi e senza passione. I dipendenti sanno quello che fanno, sanno come farlo ma non sanno perché lo stanno facendo. Uno dei motivi che li tiene a lavoro è lo stipendio. Quando non basta anche quello, smettono silenziosamente. Stress, malcontento e apatia sono le criticità da risolvere a monte. Di chi è la colpa? Le nostre organizzazioni hanno bisogno di significato. Noi tutti abbiamo bisogno di significato.  Il consiglio di Gallup è chiaro: Cambia il modo in cui vengono gestite le tue persone. Va bene, ma bisognerebbe ascoltare anche l’altra campana. Perché qua di persone si tratta, nell’uno e nell’altro caso. Bisognerebbe iniziare a parlare. Una riflessione apparentemente molto semplice, ma di difficile applicazione. In Italia esistono aziende così verticalizzate che ricordano il Buco di Gaztelu-Urrutia.

Il report qua

Cosa vedi quando ti guardi allo specchio?

Cosa vedi quando ti guardi allo specchio? Ti riconosci per quello che sei o per quello che rappresenti?

Il tempo ci costringe a cambiare, ci rende più forti o più deboli, più gentili o più arroganti, più emotivi o più distaccati. Il fatto è che non ci conosciamo per davvero: la persona che eravamo ieri è diversa da quella di oggi e sarà differente da quella di domani. Le motivazioni però rimangono le stesse. Possiamo percorrere strade differenti, così come differenti possono essere i modi per raggiungere i nostri traguardi, ma questi restano sempre lì, immutabili e bellissimi come gli occhi delle persone che amiamo.

Siamo esseri imperfetti e a volte ci capita di sentirci inutili. A me capita. Sentirsi utili è una necessità, ci mantiene vivi. Essere utili significa produrre e il risultato del prodotto, al di là della sua funzione, è la gratificazione di aver fatto bene per se stessi e, il più delle volte, per coloro a cui teniamo.

Cosa vedo quando mi guardo allo specchio è il risultato del mio lavoro ottenuto dallo sguardo amorevole di chi mi sceglie comunque vada.

Un altro modo di vedere il successo.

Quando scegliamo la persona con la quale lavorare, non limitiamoci semplicemente al più bravo

Ognuno di noi ha peculiarità specifiche che lo rendono unico per differenziazione. La nostra unicità la mettiamo al servizio della nostra professione che è solo verosimile a quella degli altri. Io sono un brand manager, ma non come gli altri brand manager. Se fosse così, la scelta, soprattutto quella ripetuta, cadrebbe sul costo rapportato a specifiche competenze. Quando scegliamo la persona con la quale lavorare, non limitiamoci semplicemente al più bravo, questo cambia nel tempo ed è parte di un tutto molto più complesso. Io voglio la persona che sceglie di aggiungere alle competenze professionali il proprio contributo personale.

Sostituibili, ma non così facilmente

Non siamo ingranaggi di una macchina, quelli che in fabbrica sostituisci facilmente. Siamo persone necessarie perché generose e competenti. Ciò ci rende insostituibili come un chiodo invece di un fischer o un giravite al posto di un Black and Decker. Non siamo chiamati a realizzare un buco nel muro, ma a capire perché e dove realizzarlo. A scegliere la punta più adatta e la giusta profondità. Siamo sostituibili certo, ma non così facilmente.

Il brand è una storia in carne ed ossa

E non mi riferisco al grande brand, quello dal fatturato a nove zeri. Io ho conosciuto anche quelli diversamente grandi. Il mio lavoro, come la mia vita, deve costantemente nutrirsi di sentimenti positivi. I miei incontri vanno ben oltre quelle relazioni di business da coltivare per forza. Ascolto e condivido, provando ad essere sempre leale con me stesso e con la persona che voglio essere. Il brand umano, grande o piccolo che sia, è una storia in carne e ossa. Fragile e implacabile, desiderosa e incompleta, perspicace, affascinante e visionaria. Più del 90% delle aziende italiane sono piccole e medie imprese nate nel desiderio di fare. In quelle più longeve il desiderio è sempre rimasto lì. Immutato e immutabile. In questi anni ho avuto la fortuna di incontrarne alcune. Piccoli brand fatti persona.

Ogni organizzazione dovrebbe essere a struttura circolare

La mia famiglia ha origini contadine. Vivo nello stesso ambiente dove quarant’anni fa i miei nonni, con i miei zii e mia mamma, lavoravano il tabacco. Ricordo il rumore della cucitrice e dell’ago che infila lo stelo della foglia. Ricordo il profumo del tabacco appena colto, le galline nel cortile, Jimmy – il cane di nonno – e i gatti di mia nonna. Ricordo le donne e gli uomini che, passando davanti casa, si fermavano a chiacchierare. Per chi chiunque mio nonno aveva sempre un bicchiere di vino bianco. Durante la giornata di lavoro, ognuno conosceva i propri doveri e nessuno diceva a qualcun altro cosa fare. Neanche il nonno. Ogni organizzazione dovrebbe funzionare così. Ognuno libero di decidere il proprio tempo e il proprio spazio – secondo specifiche esigenze del gruppo – parte di un insieme coeso. Ogni organizzazione dovrebbe essere a struttura circolare, nella quale ogni individuo conosce la propria parte e si impegna nel realizzarla al meglio, sapendo di contribuire alla riuscita di chi lo precede e di chi lo succede.

Siamo esseri umani: imperfetti e bellissimi o perfetti e pericolosi

Sono imperfetto come un albero, come la natura che ci invita a restare fedeli ai nostri principi.
Siamo esseri umani: imperfetti e bellissimi o perfetti e pericolosi. Siamo imperfetti come l’arte degenerata, come le pennellate sgrammaticate di Van Gogh, le ninfee di Monet, la colazione sull’erba di Manet, i paesaggi di Turner, le donne di Picasso, le forme di Malevic, le cancellature di Isgró, le pitture nere di Goya.
L’imperfetto ricerca, studia, sperimenta, scrive e disegna. Immagina mondi possibili. La perfezione cancella, distrugge, si muove per sottrazione. Divide e non condivide. Moltiplica e sottrae. L’imperfezione aggiunge. È accogliente. Comunica. La perfezione ordina.
Puoi scegliere di essere imperfetto e unico, o perfetto, replicante e pericoloso. Come lo stile pittorico di Hitler, rigido e privo di immaginazione, pregno dell’ideologia della razza ariana e lontana dal principio di accoglienza e di integrazione etnica. Siamo ancora al bivio. Per fortuna ne siamo in tanti.

Siamo tutti sostituibili

Dal supermegamanager al manuale. Le persone sono sostituibili. Tutte, nessuna esclusa. Possiamo lavorare sul tempo di permanenza, considerando il come e non il quanto. Dobbiamo lavorare sul come reagiamo al cambiamento.
Il cambiamento avviene quando persone coese, distribuite circolarmente, cooperano verso comuni obiettivi. In questo cerchio possiamo scegliere di essere comparse o protagonisti. Tutto dipende da noi, da come ci poniamo verso gli accadimenti.
Anche i brand sono sostituibili. Posso sostituire la Ceres con una Tuborg o l’Audi con la BMW. Per poi ritornare alla Ceres o all’Audi.
Può essere una questione di costo, ma non è sempre così semplice. Si tratta di esperienza, di vicinanza, di sentimenti. Ma, a volte, non è così semplice. Può essere semplice se si tratta di persone.

La delicatezza non è per il maschio contemporaneo.

La delicatezza non è per il maschio d’oggi. Per il maschio contemporaneo.

La delicatezza è l’opposto della virilità. Se sei virile non sei delicato. Se sei delicato sei omosessuale. E per alcunə è un problema. Fai parte di quella minoranza fastidiosa che, a dir di qualcuno, va odiata e spremuta come un brufolo sulla faccia.

La delicatezza, come la gentilezza, è contestabile, viene confusa con la debolezza e l’insicurezza. Se sei debole e insicurə sei il bersaglio perfetto dell’ignoranza. Questa non si muove mai da sola, la trovi sempre in compagnia dall’arroganza, dalla prepotenza e dalla cattiveria. Insieme colpiscono dirette al cuore per metterti a terra in un batter d’occhio.

La delicatezza non è per il maschio d’oggi. Se sei solo e vai avanti, sei un vincibile combattente. Coraggioso e implacabile, hai bisogno di alzarti per non perire.

Cambiare il Mondo: il Pensiero Orizzontale

Siamo nell’era del cambiamento. Cambia il nostro modo di pensare, vivere e agire. Bisogna scegliere se esserne protagonisti, comparse o spettatori. Se guidarla, guardarla o subirla.

C’è chi tenta di portare all’interno dell’organizzazione lavorativa ideali che fino a poco tempo fa teneva per sé. I valori delle persone, per la prima volta, entrano di diritto all’interno delle aziende.

Umane risorse non risorse umane.

Siamo in un nuovo umanesimo e ciò accade giusto in tempo. Così come il lavoro è parte di una vita da vivere appieno, senza restrizioni di tempo e di spazio, così la verticalizzazione è parte di un pensiero industriale oramai al tramonto. La strada da percorrere è il pensiero orizzontale a struttura circolare.

La persona per le persone.

Le api, ricorda Godin, si sono evolute sviluppando una comunicazione fra pari. La voce tra simili si diffonde orizzontalmente. Ognuna, col proprio compito, collabora per il benessere del gruppo. Si stringono e tremano per raggiungere la giusta temperatura e fanno spazio se devono raffreddarsi.
Lavoriamo per essere persone migliori.

Come le api, coesi più che uniti, per una vita da vivere con dignità e rispetto, per la sopravvivenza di tutti. Nessuno escluso

Siamo parte di una folla sterminata di persone disidentiche e straordinariamente imperfette.

Possiamo esserne la voce e l’orecchio. Possiamo salire sul piedistallo e all’occorrenza scendere e fare posto. Senza umiltà non c’è progresso.
Siamo il fulcro del tutto: un sistema sofisticato, mutabile e malleabile, che – per funzionare – necessita di dedizione, perseveranza, umiltà, rispetto e amore.
Restiamo umani scriveva Vittorio Arrigoni. Concediamoci l’opportunità di preservare le differenze. È nel diverso che riusciamo a trovare noi stessi. Abbracciamo il coraggio di percorrere queste strade inesplorate, di conoscere le persone che – all’apparenza – non ci piacciono, quelle lontane da noi. Proviamo ad avvicinarci. Allunghiamo la mano. Guardiamoli negli occhi. Ascoltiamoli.
Troviamo il coraggio di vivere il nostro tempo nel tempo di chi possiamo imparare ad amare.

Le imprese verticalizzate sono attrattive

Creano fascino e ricchezza, status e importanza tra simili. Ma vogliono qualcosa in cambio. Ci chiedono la risorsa più preziosa che abbiamo da offrirgli: il nostro tempo. Cadenzato, scansionato, processato, prevedibile e, all’occorrenza, mutabile. Nelle imprese verticalizzate siamo disponibili, obbedienti e misurabili. Diversamente accondiscendenti e falsamente felici. La carriera è quanto ci interessa, così come i desideri prodotti che dobbiamo acquistare.
Prova a chiedere all’artista, al poeta, al romanziere, al contadino, al creativo, al pescatore, allo storico, allo scienziato, allo speologo, al ricercatore – ad esempio – se cambierebbe lavoro (se cambierebbe vita). Questi producono cultura, innovazione, bellezza e desiderio di fare e essere; un percorso circolare che considera la persona il fulcro di una crescita leale e sincera. L’unico possibile.

Per favore

Lo dico spesso, quasi sempre. Lo considero parte di me, un atto di gentilezza. Non riesco a chiedere nulla se non appoggio alla richiesta il mio per favore. Che sia verbale o scritto. Essere gentili è un dovere e uno stile di vita.

Guai a confondere la gentilezza con la debolezza. E la sicurezza con l’arroganza. Bisognerebbe correre ai ripari, perché, In entrambi i casi, siamo destinati a fallire

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Senza il mio lavoro io mi sento vuoto.

Il lavoro è una necessità da colmare perché si pone a conferma della mia esistenza. Una dichiarazione di indipendenza che prevede una missione: oltrepassare i confini dell’egoismo e le frontiere dell’impossibile.

Io esisto, quindi io posso. Posso cambiare le cose, posso migliorare quello che vedo e immaginare un vissuto possibile e ordinario.

Abbandoniamo l’esigenza di crearci una vita straordinaria. L’amore è gioia e spasimo: entrambi parte di una vita ordinaria e felice.

Abbandoniamo l’idea del tempo come un insieme di spazi rigidi, inscatolati, etichettati e pronti all’uso. Costruiamo un tempo liquido e multiforme nel quale, grazie al nostro lavoro, possiamo sorprenderci e sorprendere.

Il nostro lavoro è il riflesso del nostro porci al mondo. Non ci resta che decidere da qualche parte stare. Guidare ed essere guidati: uno scambio equilibrato che crea emancipazione e opportunità. O obbedire e soccombere al tempo, allo spazio che viviamo e alle persone che incontriamo.

 

Non importa essere il migliore, ciò che conta è distinguersi

Abbandonate l’idea di voler essere migliori, aspirando ad essere percepiti come unici e insostituibili. Il successo commerciale del vostro servizio e della vostra marca risiede nella sua straordinarietà, ossia nella volontà di porsi in luce rispetto agli altri grazie a specifiche capacità che vi rendono interessanti per differenziazione. Ciò non significa dimostrare di essere migliori del vostro competitor, ma comprendere e far comprendere in cosa si riesce meglio.

Essere coesi è molto più che essere uniti.

L’unione, seppur democratica, genera dibattito e maggioranza decisionale. La coesione, invece, travalica gli interessi personali, pensa per equità, mescola elementi presi con uguale peso, consistenza e quantità per produrre il nuovo. La coesione è come un colore creato dalla tavolozza di un pittore. Il bianco, ad esempio, si ottiene mescolando i colori primari presi nella stessa quantità. La quantità maggiore, seppur minima, di un singolo colore, o l’assenza di uno di questi, otterrebbe un risultato diverso, impuro, squilibrato. Se pensiamo a quanto sta accadendo in Ucraina, ad esempio, possiamo riflettere su come il popolo ucraino, seppur multiculturale, multietnico e multireligioso sia unito nella stessa bandiera e nuovamente coeso nell’affrontare l’invasione russa; e su come i russi, seppur appartenenti alla stessa bandiera, siano disgiunti nel conflitto. L’unione genera appartenenza, la coesione genera partecipazione attiva e, gran parte delle volte, proattiva.

In cosa riesci meglio?

Nel 2003 Seth Godin scrive “La mucca viola”, un libro dal titolo curioso quanto interessante, che pone interrogativi – anticipandone le attuali certezze – sugli aspetti più convincenti del marketing contemporaneo. In estrema sintesi, secondo Godin, il successo commerciale del prodotto, del servizio o della marca che lo commercializza risiede nella sua straordinarietà, ossia nella volontà di porsi in luce rispetto agli altri grazie a specifiche capacità che lo rendono interessante per differenziazione.Ciò non significa dimostrare di essere migliori del proprio competitor, ma comprendere e far comprendere in cosa si riesce meglio.

Essere riconoscibili significa dotare il tuo prodotto e il tuo servizio di occhi da guardare e mani da stringere con soddisfazione.

In comunicazione, soprattutto in ambito B2B, per acquisire riconoscibilità è necessario proiettare l’interlocutore verso una dimensione relazionale che è tipica di quelle aziende che considerano l’empatia e il feeling valori indispensabili per il potenziamento del business. Essere riconoscibili significa dotare il tuo prodotto e il tuo servizio di occhi da guardare e mani da stringere con soddisfazione.

Non mi piacciono i primi della classe, quelli che credono di sapere tutto e meglio

In passato le persone erano facilmente influenzabili dalle campagne pubblicitarie e le aziende offerenti poche attente ad ascoltare i reali bisogni – o i desideri – degli acquirenti. Oggi le marche devono saper ascoltare e offrire soluzioni inclusive modellate sulle esigenze del singolo. La comunicazione dev’essere partecipazione, coinvolgimento e soprattutto quel rapporto paritario e paritetico che necessità di umiltà.

Il tuo progetto è la tua creatura e in quanto tale è dotata di sentimenti.

La creatività è un’esigenza. Lo sanno bene gli artisti, i creativi in genere, ma anche gli imprenditori.

Cos’è un’azienda se non un progetto imprenditoriale che nasce dall’intuizione creativa? E come riesce a crescere e a rigenerarsi se non attraverso stimoli emotivi e idee nuove?

Antonio Damasio, in “L’errore di Cartesio”, spiega che non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano.

Che tu sia un pubblicitario, un comunicatore, un consulente, un artista, uno scrittore, un manager o un imprenditore, il tuo progetto è la tua creatura e in quanto tale è dotata di sentimenti.

Questi non sono solo parte integranti del modo di operare della ragione, ne sono il completamento e la condizione necessaria per il successo del tuo progetto. 

Il successo del nostro lavoro è la “produzione artigianale” di sentimenti positivi imprevedibili

Possiamo pianificare, organizzare e prevedere, ma dietro l’angolo l’imprevisto è sempre in agguato.
L’imprevisto è negativo: lascia l’amaro in bocca, rompe i piani, ostacola il successo.

L’imprevedibile, invece, è ciò di cui abbiamo bisogno.
È l’inaspettato, non il disatteso. Non delude le aspettative: le amplifica.

L’imprevedibile è il risultato positivo e crescente del moto casuale di tre interazioni: apprezzamento, esperienza e coinvolgimento.
La combinazione di questi elementi genera quello che Kotler definisce “momento WOW”.

Di che intensità è la sorpresa dei tuoi clienti quando incontrano il tuo prodotto o il tuo servizio?
L’intensità dell’esperienza è tanto imprevedibile quanto personale e meravigliosa.

Il consiglio: lavora sulle singole emozioni.
Il successo del nostro lavoro è la “produzione artigianale” di sentimenti positivi.

Agire

Se vogliamo cambiare le cose, se vogliamo migliorarci, se lo vogliamo davvero allora dobbiamo agire. Qualsiasi azione sana che ci apprestiamo a compiere porterà benefici a noi e a chi crede in noi. Concordi? Ne sei consapevole? Lo vuoi? Alzati e inizia a cambiare quello che non ti piace. Essere consapevoli è utile. Agire è necessario.

Il branding funziona quando coinvolge le persone giuste

 Sei di quelli che non ha beneficiato del branding? Non rinunciarci, ma cambia le persone. Sei un marketer onesto e competente che non riesce ad offrire risultati all’azienda per la quale lavora? Prova a cambiare il team di lavoro o, in ultima analisi, cambia azienda. Il branding funziona quando i marketer che funzionano lavorano con le persone giuste. Si tratta di unire le persone felici di lavorare insieme e orgogliose dei risultati raggiunti.

Marche, storie e status

Le marche ci offrono l’opportunità di creare storie capaci di divulgare il nostro status. Scegliamo un prodotto o un servizio di marca perché lo sentiamo nostro; gli siamo così affini che senza di esso non potremmo essere completamente noi.

Le storie di marca hanno la capacità di creare quella continuazione comunicativa che attraverso l’acquirente diviene generativa. Ponendosi tra la marca e il suo cliente, la narrazione di marca contribuisce a raccontare l’uomo e il suo modo di distinguersi nel mondo.

Le marche stabilizzano una propria riconoscibilità che cresce su specifiche caratteristiche tese a definirne l’unicità

Questa logica considera il minimo mercato sostenibile l’unico spazio da occupare. Non puoi indistintamente rivolgerti a tutti e non serve trasformare la persona in cliente. È necessario considerare la persona che ti sceglie come un tuo conoscente, un tuo amico e perfino il tuo confidente. È importante coinvolgerlo all’interno del tuo gruppo di ascolto e considerarlo parte di un sistema – il tuo – che si nutre della sua presenza.

Agisci col cuore

Non mi dire che sei di quelli che considerano lo status sociale verticale una priorità? Posizionarsi in alto, primi tra i primi? Io preferisco il confronto orizzontale, quello paritetico, quando ci si guarda negli occhi e si decide insieme. Quando il confronto é prima di tutto emozionale. Quando il cuore e il cervello sono ben allineati e sei pronto a fare un passo indietro per dare spazio, o quando sei pronto a fare un passo in avanti e allungare la mano.

Un invito ad amarci, ad amare il nostro lavoro, il cliente che ci proponiamo di servire e la persona che vogliamo essere

Tempo fa scrivevo di mio padre, di come mi abbia insegnato che è importante concedere una nuova opportunità. Tutti ne abbiamo bisogno. Infondo, concedere una nuova opportunità significa sapere che nell’altro c’è comunque del buono. Significa sentirsi bene con se stessi. Esserne fieri. Godin ci suggerisce di concederci l’opportunità di realizzare soluzioni di cui essere orgogliosi. Un invito ad amarci, ad amare il nostro lavoro, il cliente che ci proponiamo di servire e la persona che vogliamo essere. Il branding umano è progredire, è generare un cambiamento positivo. Umanizziamo il nostro brand. Concediamo ai brand l’opportunità di migliorare la nostra qualità sociale, morale e culturale.

Brand capaci di generare apprezzamento

Van Gogh é un brand. Banksy é sempre più un brand affermato. Obama é stato un brand acclamato. Trump non è un brand.

Apprezzo la vita e l’opera di Van Gogh. Apprezzo l’opera e l’intelligenza di Banksy. Apprezzo l’intuizione e la perspicacia di Obama. Non apprezzo Trump.

I brand sono capaci di generare apprezzamento e riconoscibilità valoriale.