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Il lavoro come forma di presenza.

Marzo 20, 2026

Dimentichiamo per un momento il lavoro così come lo conosciamo: quello scandito da otto ore al giorno, quello che si scambia con una paga, quello che “si deve fare” perché consente di mettere il piatto a tavola, pagare le bollette, l’affitto o il mutuo.

Pensiamo al lavoro come risposta a una chiamata. Non una vocazione spirituale, ma qualcosa di più carnale: la messa in pratica di un processo cognitivo fatto di emozionalità, esperienza e profondità. Un approccio che nasce dal corpo prima ancora che dalla mente, in grado di esprimere chi siamo, cosa vogliamo essere e come desideriamo essere visti.

Buona lettura

Vittorio

Alle origini del lavoro

Torniamo indietro nel tempo, a quando l’umanità, ai suoi albori, ha iniziato a comunicare attraverso i primi simboli visivi.

Le pitture rupestri rappresentano il primo linguaggio possibile e raccontano un percorso evolutivo fatto di sopravvivenza e adattamento. La caccia, ad esempio, è stato il nostro primo lavoro. Essere un buon o un cattivo cacciatore determinava la possibilità di sopravvivere e, di conseguenza, lo status sociale all’interno del gruppo.

Nel corso dei secoli il significato del lavoro cambia, si trasforma, regredisce, per poi rinascere e diluirsi nuovamente.
Nelle lingue indoeuropee e nel latino classico, il termine labor (lavoro) indica innanzitutto fatica, sforzo, pena. È un concetto legato al corpo e alla resistenza fisica, non alla creazione o alla realizzazione personale. Laborare significa affaticarsi, sopportare uno sforzo prolungato.

Nelle società dell’antichità classica questa visione si consolida. In Grecia il lavoro manuale è associato alla necessità ed è affidato a schiavi e artigiani; il cittadino libero è colui che può sottrarsi alla fatica quotidiana per dedicarsi alla politica, alla guerra o alla riflessione.

Durante il Medioevo il lavoro viene inscritto in una cornice religiosa. Nel pensiero cristiano è conseguenza del peccato originale e assume il valore di pena necessaria, strumento di espiazione e disciplina.

Con l’età moderna avviene una svolta. La Riforma protestante introduce l’idea del lavoro come vocazione individuale: l’attività lavorativa diventa segno di responsabilità personale e dovere morale. In questo contesto il lavoro inizia a essere associato al valore dell’individuo e alla sua affidabilità sociale.

La rivoluzione industriale segna una nuova trasformazione radicale. Il lavoro viene organizzato e misurato in produttività e rendimento economico. È qui che nasce la frattura: il salario moderno, la divisione delle mansioni, la separazione netta tra tempo di lavoro e tempo di vita. Il lavoro diventa una funzione all’interno di un sistema produttivo e perde gran parte della sua dimensione personale.

Quando il lavoro diventa identità

Nel corso del Novecento il lavoro assume progressivamente una valenza identitaria. Diventa uno dei principali criteri di collocazione sociale e di riconoscimento pubblico. Alla funzione economica si affianca una funzione simbolica: il lavoro indica il ruolo dell’individuo nella società. In sintesi smette di essere solo ciò che fai e diventa ciò che sei.

È qui che si consuma la seconda frattura. Il lavoro diventa una promessa su chi siamo e su cosa promettiamo di essere. Una promessa potente, ma fragile: quando il lavoro vacilla, vacilla anche l’identità.

Alla domanda “chi sei?” rispondiamo con una professione, un ruolo, una funzione.
Il chi si contrappone al cosa. Il “chi sono” diventa ciò che rappresentiamo per gli altri, spesso distante da ciò che sentiamo di essere per noi stessi.

Il chi siamo cambia pelle nei contesti e nei turnover lavorativi; il cosa siamo prova a restare stabile, a resistere nel tempo. Quando questa tenuta viene meno, l’identità entra in crisi e ci mette duramente alla prova, soprattutto quando il nostro ruolo è esposto allo sguardo di chi ci conosce.

Siamo più di una sola cosa

La verità è che non siamo una sola cosa.

Siamo imbianchini e artisti, copy e scrittori, netturbini e musicisti, impiegati e volontari, infermieri e giardinieri. Siamo più facce della stessa realtà. Siamo il nucleo di un’identità disidentica e imperfetta che si reinventa resistendo ai cambiamenti esterni.

Siamo coloro che non separano il tempo dalla vita.

Siamo la testimonianza di un lavoro unico e polisemico che si innesta nel tempo e nello spazio per celebrare il nostro modo di stare al mondo.