Ogni giudizio nasce dall’esperienza di chi guarda, da ciò che conosce e da ciò che è disposto a riconoscere. A volte coincide con il nostro sguardo, altre volte no.
Questa newsletter prova a riflettere sul significato di posizionamento e sul perché visibilità e riconoscibilità non sempre coincidono.
Buona lettura
Vittorio
Il valore non sempre viene riconosciuto
Davanti a un’opera di Jackson Pollock qualcuno vede un capolavoro, qualcun altro solo un insieme confuso di colori. L’opera di Lucio Fontana può essere letta come un nuovo modo di vedere la pittura oppure come una tela tagliata e bucata. L’opera di Marcel Duchamp può apparire come un’intuizione che ha cambiato il modo di pensare l’arte, oppure come un oggetto fuori posto.
L’opera è la stessa, cambia chi guarda.
Succede anche qui, su LinkedIn. Un testo può essere scritto con cura, competenza e intenzione, eppure letto distrattamente, ridotto a contenuto qualsiasi o semplicemente ignorato. A volte per l’algoritmo, altre per lo sguardo di chi passa veloce.
Il valore non sparisce, ma non sempre viene riconosciuto.
A questo punto la domanda non è come piacere a tutti. È più scomoda: come posizionarsi in modo che chi è pronto a vedere possa riconoscerci davvero?
Siamo ciò che riusciamo a riconosce
Partiamo da un fondamento: ogni progetto è un atto di amore. Lo è per l’imprenditore, per il creativo, per l’artista, per lo scienziato, per chi scrive, crea, immagina e inventa.
Io non riuscirei a lavorare senza questa condizione. Non in senso romantico, ma concreto. Dedicare tempo, attenzione, cura, dedizione e presenza è un approccio che mi porto dietro da sempre. Una sorta di relazione con me stesso.
Come in tutte le relazioni, però, capita di non andare più d’accordo. Di discutere, di prendere distanza, di attraversare fasi di silenzio. Succede anche quando il legame è solido. Arriva un momento in cui guardi il progetto per quello che è diventato e ti chiedi se ti riconosci ancora. Non se funziona, non se rende, ma se parla ancora di te. Se il modo in cui lo stai portando avanti ti somiglia.
Quando il riconoscimento c’è, anche dopo una frattura, il legame non è perso. Non perché tutto torni come prima, ma perché hai capito cosa tenere e cosa lasciare andare.
È questo il punto: non siamo ciò che facciamo bene, siamo ciò che riusciamo ancora a riconoscere come nostro.
Perché se non ci riconosciamo noi, non può riconoscerci nessun altro.